Banca d’Italia ha recentemente pubblicato uno studio sul ricorso delle imprese non finanziarie italiane ai derivati per la copertura dei rischi derivanti dalle fluttuazioni dei tassi d’interesse.
L’indagine muove dalla presa d’atto che la politica monetaria restrittiva attuata dalla Banca centrale europea tra il 2022 ed il 2023 ha causato un significativo incremento del costo del credito, specie per le imprese che avevano ottenuto finanziamenti a tasso variabile.
Lo studio, quindi, evidenzia come tra il 2021 ed il 2024 le imprese italiane, specie quelle di maggiori dimensioni, siano ricorse a contratti derivati per tutelarsi rispetto al rialzo dei tassi di interesse: alla fine di dicembre 2024, le imprese italiane detenevano contratti derivati aventi come sottostante tassi di interesse per un valore nozionale lordo di circa 230 miliardi di euro, la maggior parte dei quali interest rate swap.
Guardando alle singole annualità, nel 2021 le imprese italiane hanno registrato un deflusso netto di cassa dai derivati, con pagamenti superiori agli incassi per 830 milioni di euro. Tale andamento si è invertito nel 2022, quando il valore di mercato dei contratti è diventato positivo per le imprese ed è stato generato un afflusso netto di 351 milioni di euro. La tendenza al rialzo è proseguita nel 2023, con un afflusso netto di 2.927 milioni di euro, e si è sensibilmente invertita nel 2024, con un afflusso netto di 1.897 milioni di euro.
Complessivamente, nel periodo di restrizione monetaria, i derivati sui tassi d’interesse hanno ridotto i costi di finanziamento del 20% per le imprese che li hanno utilizzati.


