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Sugli effetti dell’introduzione dell’organo di controllo nelle Srl

9 Febbraio 2026
Di cosa si parla in questo articolo

Banca d’Italia ha pubblicato uno studio (n. 1517 del 06 febbraio 2026), che analizza l’impatto dell’introduzione dell’organo di controllo nelle società a responsabilità limitata (Srl).

In particolare, viene quantificato l’effetto dell’organo di controllo sulla solidità patrimoniale delle imprese, sul costo dei finanziamenti bancari e sulle modalità di gestione delle crisi aziendali, mettendo a confronto costi e benefici.

Lo studio si basa su un ampio dataset amministrativo relativo al periodo 2010–2023, integrando informazioni contabili, occupazionali, concorsuali e creditizie, e utilizza una metodologia di regression discontinuity design fondata sulle soglie dimensionali previste dalla normativa italiana per l’obbligatorietà del controllo statutario.

Tale approccio consente di stimare effetti causali confrontando imprese collocate immediatamente al di sopra e al di sotto dei cut-off normativi.

Sul piano metodologico, l’analisi si concentra prevalentemente sulla soglia dei ricavi netti, ritenuta la più affidabile ai fini identificativi, escludendo quelle relative ad attivo e dipendenti per evidenze di manipolazione statistica.

I periodi di riferimento principali sono il 2010–2012 e il 2021–2023, che permettono di distinguere gli effetti del controllo sindacale da quelli della mera redazione del bilancio ordinario.

I risultati mostrano che l’obbligo di nomina dei revisori determina un incremento significativo dei costi amministrativi, stimati in una media annua compresa tra 21.000 e 27.000 euro per impresa, con un’incidenza particolarmente elevata sulle aziende di minori dimensioni.

In termini relativi, per le imprese con circa venti dipendenti, tali costi rappresentano fino al 3% del costo del lavoro.

Dal lato dei benefici, la presenza del collegio sindacale induce un temporaneo rafforzamento patrimoniale, con un aumento del capitale versato e delle riserve pari a circa il 7–8% nei primi tre anni successivi alla nomina.

Tale effetto, tuttavia, risulta transitorio e tende a ridursi con la cessazione del mandato degli organi di controllo. Non emergono, inoltre, evidenze robuste di miglioramento della redditività, della produttività o dell’efficienza gestionale.

Sotto il profilo della gestione delle crisi, lo studio rileva un’anticipazione delle procedure di ristrutturazione del debito e una riduzione temporanea del tasso di fallimento pari a circa 0,5%, soprattutto nelle imprese caratterizzate da condizioni patrimoniali più fragili.

Tali effetti incidono prevalentemente sulla tempistica delle crisi, senza modificare in modo significativo la probabilità di uscita dal mercato nel lungo periodo.

Particolarmente rilevante è il risultato relativo all’assenza di benefici sul versante finanziario: la presenza dei revisori non migliora in modo significativo l’accesso al credito, il numero di relazioni bancarie, né i tassi di interesse applicati, confermando la limitata capacità del controllo obbligatorio di ridurre le asimmetrie informative nei mercati creditizi.

La successiva analisi costi-benefici aggregata evidenzia che, per le imprese di piccola dimensione, i costi complessivi della supervisione statutaria superano ampiamente i benefici misurabili, stimando un onere sociale nettamente superiore alla riduzione dei debiti insoluti attribuibile al controllo.

Il sistema italiano risulta, inoltre, più oneroso rispetto ai principali ordinamenti europei, nei quali l’obbligo di revisione è subordinato a soglie dimensionali più elevate.

In conclusione, il lavoro suggerisce che l’attuale disciplina del controllo societario in Italia presenta profili di inefficienza allocativa, soprattutto per le PMI, e che una revisione delle soglie e delle modalità di vigilanza potrebbe favorire un migliore equilibrio tra tutela degli stakeholder, competitività delle imprese e sostenibilità regolatoria.

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