La nostra analisi parte da un punto fermo che, come vedremo, trova conferma in numerose evidenze empiriche: per anni la sostenibilità è stata considerata prevalentemente una questione valoriale, associata al posizionamento reputazionale delle imprese o, al più, a un tema di compliance. Oggi, invece, per un numero crescente di aziende rappresenta una leva strategica capace di orientare decisioni, investimenti e modelli di business. I criteri ESG sono infatti progressivamente incorporati nelle scelte industriali e finanziarie, incidendo in modo concreto sulla creazione di valore.
In questo contesto, è utile chiarire quando la sostenibilità diventa realmente competitiva. Ciò avviene quando:
- contribuisce alla riduzione dei rischi e dei costi operativi;
- migliora l’accesso al capitale, con un impatto diretto sulla dimensione finanziaria;
- rafforza il posizionamento competitivo sul mercato, influenzando la dimensione commerciale;
- abilita l’innovazione di prodotto e di modello di business, con effetti strategici di medio-lungo periodo;
- migliora la gestione della supply chain, aumentando resilienza e continuità operativa;
- accresce attrattività e produttività del capitale umano, con impatti organizzativi rilevanti.
Tutto ciò si realizza pienamente solo quando i fattori ESG sono integrati nella strategia aziendale e non gestiti come elementi accessori.
In quest’ottica, una gestione efficace dei fattori ESG produce due effetti tangibili per le imprese: da un lato, facilita l’accesso al credito; dall’altro, favorisce la generazione di valore economico. A supporto di questa evidenza, il Rapporto di Primavera ASviS “Scenari per l’Italia al 2030 e al 2050”, sulla base di elaborazioni dell’Istituto Tagliacarne, mostra come nel periodo 2017–2024 le imprese con elevata performance ESG (High-ESG) abbiano registrato una crescita dei ricavi del 65%, superiore al 55% delle imprese Low-ESG. Analogamente, l’occupazione cresce del 40% contro il 28%, mentre gli investimenti — sia materiali che immateriali — evidenziano dinamiche significativamente più robuste.
Queste leve strategiche sono oggi oggetto di crescente attenzione da parte del sistema finanziario. Le banche, infatti, non sono più chiamate a valutare esclusivamente la solidità economico-finanziaria delle imprese attraverso indicatori tradizionali — bilanci, flussi di cassa, garanzie — ma devono progressivamente integrare anche la capacità dell’azienda di gestire i rischi ambientali, sociali e di governance. Ciò avviene perché una gestione strutturata dei fattori ESG incide sempre più direttamente sulla capacità dell’impresa di rimanere competitiva, generare reddito, garantire continuità operativa e, in ultima analisi, rimborsare il debito.
A rafforzare questa evoluzione concorrono anche le spinte regolamentari. Le Linee Guida EBA sulla concessione e monitoraggio del credito richiedono l’integrazione dei fattori ESG nelle politiche creditizie lungo l’intero ciclo di vita del finanziamento. Le successive Linee Guida sulla gestione dei rischi ESG consolidano ulteriormente questo orientamento, chiedendo agli intermediari di identificare, misurare, gestire e monitorare tali rischi come driver dei rischi finanziari tradizionali, incluso il rischio di credito.
Le evidenze empiriche confermano questa impostazione. L’Osservatorio CRIF ESG Outlook 2026 mostra una relazione chiara tra performance ESG e rischio di credito: a un rating ESG più elevato corrisponde una minore probabilità di default (PD). Le imprese con buona adeguatezza ESG tendono a concentrarsi nelle classi di rischio più basse, mentre quelle con punteggi inferiori risultano più esposte a deterioramento creditizio. L’ESG può quindi assumere un ruolo predittivo rispetto alla solvibilità.
Dal punto di vista economico-finanziario, questa correlazione trova spiegazione in diversi fattori. In primo luogo, una gestione efficace dei rischi ambientali e sociali riduce l’esposizione a shock esogeni — normativi, climatici o legati alla supply chain — contribuendo a stabilizzare i flussi di cassa. In secondo luogo, le imprese con strategie ESG mature sviluppano modelli di business più resilienti e orientati al lungo periodo, capaci di adattarsi più rapidamente ai cambiamenti del contesto competitivo. Infine, una governance solida rafforza i processi decisionali, riduce i rischi operativi e migliora la trasparenza verso gli stakeholder.
Queste evidenze sono coerenti con la letteratura accademica internazionale e con le analisi delle autorità di vigilanza. La Banca d’Italia, ad esempio, nel Quaderno “Esg risks and corporate viability: insights from default probability term structure analysis” sottolinea come imprese con elevati livelli di sostenibilità presentano una minore incidenza di insolvenza e una riduzione del rischio implicito nei modelli di credito. Ne deriva che i fattori ESG incidono direttamente sui fondamentali economici dell’impresa e sulla sua capacità di far fronte agli impegni finanziari.
In questo scenario, la dimensione ambientale — in particolare i rischi climatici — rappresenta l’ambito più sviluppato nei modelli di analisi bancaria. I rischi fisici, legati a eventi climatici estremi, e i rischi di transizione, connessi a normative, tecnologie e preferenze di mercato, sono oggi tra i principali fattori in grado di incidere sulla stabilità delle imprese. Tuttavia, anche le dimensioni sociali e di governance assumono un ruolo crescente: sicurezza sul lavoro, qualità delle relazioni industriali, gestione della supply chain, formazione delle risorse umane e robustezza dei sistemi di controllo interno rappresentano elementi chiave per la resilienza aziendale.
Per le banche, ciò implica un profondo ripensamento del processo del credito. Accanto ai dati economico-finanziari tradizionali, assumono rilevanza nuove informazioni: consumi energetici, emissioni, certificazioni ambientali, piani di investimento, localizzazione degli asset, politiche di sicurezza e assetti di governance. Questi elementi alimentano modelli valutativi integrati, basati su score ESG, analisi settoriali e indicatori di vulnerabilità climatica.
Il nodo cruciale resta però la disponibilità dei dati. L’integrazione dei fattori ESG richiede informazioni affidabili, comparabili e aggiornate, ma molte imprese — in particolare le PMI — non dispongono ancora di sistemi strutturati di raccolta e reporting. Questo tema è diventato ancora più rilevante con il pacchetto Omnibus, approvato politicamente a dicembre 2025 e definitivamente adottato a febbraio 2026, che ha ridotto in modo significativo il numero di imprese soggette agli obblighi di rendicontazione di sostenibilità previsti dalla Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD).
Se da un lato questa semplificazione riduce gli oneri amministrativi per le imprese, dall’altro genera criticità per il sistema finanziario. La Banca Centrale Europea ha infatti evidenziato come la riduzione del perimetro di applicazione della CSRD possa compromettere la disponibilità di dati ESG, aumentando il rischio di disallineamento tra esigenze prudenziali delle banche e capacità informativa delle controparti, oltre a potenziali fenomeni di greenwashing.
In questo contesto, le banche assumono un ruolo sempre più attivo. Non sono semplici osservatori della transizione sostenibile, ma attori chiamati a integrare i fattori ESG nei propri processi decisionali. Il credito diventa uno dei principali canali attraverso cui la sostenibilità influenza l’allocazione delle risorse finanziarie. La capacità delle imprese di presidiare i rischi e cogliere le opportunità ESG incide, progressivamente, sul loro profilo di rischio e sulle condizioni di accesso al finanziamento.
Il punto di vista di BPER si inserisce pienamente in questa evoluzione. Attraverso la “Policy ESG in materia di concessione del credito”, il Gruppo ha strutturato un approccio che integra sistematicamente le dimensioni ambientali, sociali e di governance nei processi creditizi, in coerenza con il proprio framework di gestione dei rischi. I fattori ESG non sono considerati elementi marginali, ma componenti a supporto della valutazione del merito creditizio e della solidità prospettica delle controparti.
La Policy non si limita a definire criteri di esclusione o limitazione per settori ad alto impatto, ma promuove anche strategie di accompagnamento alla transizione, attraverso prodotti e servizi dedicati. In questo senso, la sostenibilità non rappresenta solo un filtro selettivo, ma anche un ambito di sviluppo, consulenza e relazione con la clientela.
Ne deriva una trasformazione più ampia del rapporto tra credito e impresa. La valutazione ESG diventa parte integrante del dialogo tra banca e cliente, contribuendo a identificare aree di rischio, opportunità di investimento e percorsi di miglioramento. Il sistema bancario, e BPER in particolare, svolge quindi un ruolo chiave nel favorire la maturazione del tessuto produttivo, sostenendo la crescita di imprese più resilienti, innovative e competitive.
In conclusione, la sostenibilità diventa pienamente competitività quando entra nel cuore della strategia aziendale e si traduce in capacità di gestione del rischio, accesso al capitale, innovazione e creazione di valore nel tempo. Non è un vincolo, ma una leva di trasformazione. E in un contesto economico sempre più complesso e interconnesso, rappresenta uno dei fattori distintivi per la stabilità e il successo delle imprese.
