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Banca d’Italia sull’influenza del private equity nelle imprese UE

20 Agosto 2026

Antonio Di Ciommo, Dottore di Ricerca in Giurisprudenza, Università di Roma “Tor Vergata”

Di cosa si parla in questo articolo

Con lo studio n. 83 della collana “Mercati, infrastrutture, sistemi di pagamento”, pubblicato nel luglio 2026, Banca d’Italia ha esaminato la relazione tra gli investimenti di private equity (PE) e la capacità innovativa delle imprese dell’area dell’euro, con un’attenzione particolare alle tecnologie verdi. Non essendo l’innovazione direttamente misurabile, essa è approssimata mediante i dati sulle domande di brevetto depositate presso l’Ufficio europeo dei brevetti.

Lo Studio muove dalla constatazione che nell’UE la scarsità di investimenti di capitale privato, specie nella forma del venture capital (VC), appare tra i principali fattori alla base della bassa crescita della produttività. La carenza di VC dipende da fattori che spaziano dalla frammentazione dei mercati dei capitali alla bassa propensione al rischio, sino a un sostegno ancora insufficiente delle istituzioni governative; molte innovazioni attuabili restano così commercialmente non sfruttate.

L’analisi si fonda su una banca dati che collega gli investimenti di PE alle imprese target e alle relative domande di brevetto. Il campione riguarda otto paesi dell’area dell’euro – Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna – nel periodo 2010-2019 e comprende 1.783.889 imprese, 3.805.163 domande di brevetto – di cui il 16% verdi – e 9.271 operazioni di PE, delle quali il 37% classificate come VC.

Sono considerate verdi le domande relative a tecnologie potenzialmente idonee a ridurre gli impatti negativi delle attività produttive sull’ambiente o a migliorare l’uso efficiente delle risorse, secondo gli schemi di classificazione elaborati in sede internazionale.

Sul piano concettuale, il venture capital si confronta con un interrogativo ricorrente: è l’investimento a stimolare l’innovazione, o sono gli investitori a selezionare imprese che già mostrano capacità innovative superiori alla media? Più che una causalità lineare e unidirezionale, l’evidenza suggerisce – avvertono gli Autori – un sistema dinamico nel quale le due forze interagiscono e si rafforzano a vicenda.

In sede di analisi preliminare emerge che oltre il 60% delle imprese target ha accresciuto, dopo l’operazione, la propria quota di mercato delle domande di brevetto, con un incremento relativo medio di circa il 43%, che sale al 50% per i brevetti verdi. L’anno in cui l’operazione si conclude e quelli immediatamente successivi risultano i più rilevanti ai fini del conseguimento di una superiore capacità innovativa.

Per accertare poi che l’aumento dei brevetti dipenda dall’ingresso del PE – e non da una generale tendenza di mercato – gli Autori confrontano, lungo l’intero decennio, l’andamento delle domande di brevetto delle imprese finanziate con quello di imprese analoghe per paese e settore mai interessate da operazioni di PE. L’effetto dell’investimento è misurato dallo scarto tra le due dinamiche.

I risultati confermano – nelle parole della sintesi in italiano che correda lo Studio – che “le imprese che ricevono investimenti di PE aumentano la produzione di brevetti, con un effetto più pronunciato nel caso di investimenti di venture capital. L’incremento medio stimato eccede quello delle imprese non finanziate di circa il 19%, salendo a circa il 43% ove l’operazione sia di tipo VC; le altre forme di PE non risultano associate in modo significativo alla produzione di brevetti, pur potendo contribuire alla crescita dell’impresa per altre vie.

L’effetto tende a manifestarsi dall’anno di conclusione dell’accordo, a crescere nei due anni successivi e a ridursi al terzo; per le imprese contraddistinte da un’intensa produzione di brevetti lungo il decennio esso risulta in media più elevato – circa il 22%, sino a circa il 50% in caso di VC – ancorché lo scarto non sia statisticamente apprezzabile.

Gli Autori individuano altresì un potenziale effetto di segnalazione: le imprese con capacità innovative già sviluppate tendono ad attrarre una quota maggiore di finanziamenti di PE e una crescita delle domande di brevetto sembra emergere già nell’anno precedente l’accordo. Un meccanismo di causalità inversa non può dunque essere del tutto escluso, sicché non è dato concludere che gli investimenti di PE creino univocamente innovazione dal nulla: “i fondi di PE possono pertanto agire come catalizzatori, amplificando un potenziale innovativo già esistente, si legge ancora nella sintesi.

Quanto alle tecnologie verdi, l’evidenza è inconcludente: negli anni successivi all’accordo non emergono effetti apprezzabili. Il dato è ricondotto – sempre nelle parole della sintesi – a “barriere strutturali, quali l’elevato rischio e i lunghi cicli di sviluppo, che potrebbero aver limitato la capacità del PE di promuovere il progresso tecnologico verde nel periodo considerato, cui si aggiunge, in taluni contesti, la mancanza di un sostegno stabile delle politiche pubbliche; né può escludersi che eventuali effetti positivi, in quanto posteriori al 2019, sfuggano all’orizzonte temporale del campione.

Gli Autori concludono osservando che investitori di PE “pazienti” potrebbero essere i più adatti a finanziare nuove opportunità tecnologiche ad alto rischio e a muoversi in un contesto nel quale gli investitori dei mercati pubblici dismettono le imprese “brown”, anziché guidarle verso un sentiero sostenibile. Dato il massiccio dispiegamento di nuove tecnologie richiesto dal conseguimento della neutralità carbonica, lo studio dell’interazione tra capitale privato e innovazione verde costituisce, in questa prospettiva, un’area quanto mai necessaria di ulteriore ricerca e di azione delle politiche pubbliche.

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