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Giurisprudenza

La deduzione di un costo sproporzionato rispetto ai ricavi o all’oggetto dell’impresa non è deducibile

1 Febbraio 2017

Andrea Di Gialluca, Dottore Commercialista

Cassazione Civile, Sez. V, 13 aprile 2016, n. 7231

Di cosa si parla in questo articolo

Nella sentenza in rassegna, la Suprema Corte affronta, una volta di più, il tema delle condizioni necessarie per la deduzione di un costo, affermando che questa è preclusa quando la fattura di acquisto è generica o laconica e non esista una documentazione a supporto dell’operazione dalla quale possa evincersi l’inerenza rispetto all’attività d’impresa esercitata.

La controversia origina da un accertamento effettuato dall’Agenzia delle Entrate nei confronti di una società cooperativa attraverso il quale, tra l’altro, era contestato che la società avesse dedotto costi di diverse fatture relative a prestazioni non sufficientemente documentate.

In particolare, una fattura risultava emessa da un professionista (un commercialista), con la dicitura “prestazione di consulenza commerciale effettuata”, mentre altre fatture risultavano emesse da una terza società per prestazioni di intermediazione nell’acquisto di merci. In entrambi i casi, non solo le fatture contenevano diciture generiche, ma non era stata rinvenuta dall’Amministrazione Finanziaria sufficiente documentazione dell’operazione.

Impugnato l’avviso di accertamento, la Commissione Tributaria Provinciale aveva respinto il ricorso del contribuente. Al contrario, in sede di appello, la sentenza era stata riformata in quanto, i Giudici di secondo grado, pur considerando la carenza documentale, ritenevano che i costi erano da considerare deducibili in quanto correlati “in senso ampio” all’attività di impresa.

Giunto il ricorso in Cassazione, quest’ultima confermava l’operato dell’Amministrazione Finanziaria, cassando la sentenza della Commissione Tributaria Regionale.

La Suprema Corte ha, infatti, ricordato che in tema di accertamento delle imposte sui redditi, spetta al contribuente l’onere della prova dell’inerenza del costo e della coerenza economica dei costi deducibili.

Al fine di superare detto onere probatorio, non è sufficiente che la spesa sia stata contabilizzata dall’impresa, ma occorre anche che esista una documentazione di supporto da cui ricavare, oltre che l’importo, la ragione e la coerenza economica della stessa[1]. Pertanto, non può ritenersi assolto questo onere quando la descrizione della prestazione in fattura è generica e laconica e quando, ulteriormente, risulti insufficiente (o del tutto mancante) la documentazione che ha dato luogo a quella prestazione (come quella contrattuale). In tale circostanza, infatti, l’Amministrazione Finanziaria non è messa nelle condizioni di verificare l’inerenza e la coerenza economica della spesa sostenuta rispetto all’attività di impresa.

La sentenza in esame è di un certo interesse in quanto precede, di pochi giorni, altra sentenza della Suprema Corte del20 aprile 2016, n. 7881 nella quale era stato affermato che, qualora sia stata emessa una regolare fattura, indipendentemente dall’esistenza di una documentazione a supporto dell’operazione, deve ritenersi operante la presunzione di veridicità di quanto in essa rappresentato, con conseguente onere dell’Amministrazione Finanziaria di fornire prova dell’indeducibilità, per non inerenza, del costo.

A distanza di pochi giorni, dunque, due sentenze della Suprema Corte (peraltro con collegi giudicanti in parte coincidenti) sembrano affermare un principio in parte contrastante. L’una (sentenza n. 7231 del 2016) ritiene necessaria, oltre alla regolare fattura, anche idonea documentazione per consentire la deduzione di un costo, l’altra (sentenza n. 7881 del 2016), invece, ritiene che una regolare fattura, anche senza ulteriore documentazione, è sufficiente allo stesso fine.

Laddove, comunque, le due sentenze sembrano coincidere[2] è riguardo alla necessità che sia emessa una “regolare” fattura, ovverosia un documento un possesso dei requisiti di forma e contenuto previsti dall’art. 21, comma 2, d.P.R. n. 633 del 1972, tra cui si ricorda l’indicazione della

natura, qualità e quantità dei beni e dei servizi formanti oggetto dell’operazione”. In effetti, laddove ciò non avvenisse, gli Uffici sarebbero legittimati a ricorrere all’accertamento analitico-induttivo[3].

 

[1] È in proposito richiamata Cass. sent. 8 ottobre 2014, n. 21184, con commento di A. Russo, A carico del contribuente l’onere della prova sulla congruità dei costi, in “il Fisco” n. 42 del 2014, pp. 1-4176). In tale occasione, la Corte di Cassazione ha negato la deducibilità di un ingente corrispettivo relativo ad una consulenza svolta dalla capogruppo a favore della controllata, in ragione della genericità e laconicità della descrizione della prestazione in fattura e nel contratto regolante il rapporto fra le due società e della conseguente impossibilità per l’Amministrazione Finanziaria di verificare l’inerenza della spesa.

[2] La giurisprudenza di merito si è peraltro espressa in modo difforme sul punto: ad esempio, con la sentenza n. 33 del 2 aprile 2013, la Commissione Tributaria Provinciale di Alessandria ha stabilito che èdeducibile in capo al soggetto committente il costo riguardante prestazioni per le quali sono state emesse fatture con descrizione generica e in assenza di un contratto purché di ammontare non rilevante.

[3] Cfr. tra le altre Cass. sent. 10 marzo 2010, n. 5748. Sul punto, comunque, si segnala la recente sentenza della Corte di Cassazione del 18 gennaio 2017, n. 1119, laddove è stato affermato che l’accertamento induttivo basato su fatture incomplete è illegittimo se deriva da una non plausibile ricostruzione del reddito del contribuente.

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