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Intervista ad Antonio Catricalà sul decreto c.d. salva-banche

1 Dicembre 2015

“Una brutta pagina per l’idea che ho di Europa unita”, dalla quale il nostro Paese “esce comunque con orgoglio per la sua capacità di reazione alla crisi finanziaria”. Antonio Catricalà, avvocato, presidente dell’Antitrust dal 2005 al 2011 e sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri sotto il Governo Monti, analizza, in questa intervista a Diritto Bancario, il salvataggio delle quattro banche (Cassa di risparmio di Ferrara, Banca delle Marche, Banca popolare dell’Etruria e del Lazio e Cassa di risparmio della Provincia di Chieti) effettuato lo scorso 23 novembre, con un decreto legge ad hoc.

Forse ci si poteva muovere prima?

Non credo ci siano stati ritardi da parte delle autorità italiane e del sistema bancario del nostro Paese. Purtroppo abbiamo dovuto fare i conti con una posizione della Commissione Europea sugli aiuti di Stato che ha costretto gli attori in campo a predisporre un piano ‘B’. Una volta scelta la strada in qualche modo imposta dall’Europa non ci sono stati ritardi. E mi sembra che il mercato abbia ben reagito alle misure messe in atto dal Governo e della Banca d’Italia.

Alla luce di questa vicenda molti osservatori hanno parlato di un’Europa ostile all’Italia, che utilizza ‘due pesi e due misure’. Qualcuno si è spinto a proporre un’indagine sugli aiuti di Stato concessi dai singoli Stati europei alle loro banche nazionali prima che le regole venissero modificate in senso più restrittivo. Concorda?

Credo che siano illuminanti i dati ricordati dal Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco in occasione della giornata del risparmio. Il Governatore ha sottolineato come da noigli interventi sul mercato del credito abbiano generato per lo Stato un flusso di ricavi netti positivi sotto forma di interessi e commissioni, mentre il costo degli interventi pubblici in favore delle banche è ammontato al 5 per cento del PIL in Spagna, al 5,5 nei Paesi Bassi, all’8,2 in Germania, a oltre il 22 in Grecia e in Irlanda. Il volume dei trasferimenti in favore delle banche è stato assai elevato anche negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Eppure, nonostante ciò, i recenti orientamenti della Commissione europea qualificano come aiuto di Stato gli interventi dei sistemi di garanzia diversi dal rimborso dei depositi. Visco ha giustamente sottolineato che questa visione contrasta con la natura privatistica di tali interventi, che utilizzano risorse del sistema bancario e non dello Stato e sono deliberati su base volontaria.

Alla fine però è passata la linea della Commissione e non si è potuto fare ricorso al piano predisposto dall’Abi attraverso il fondo interbancario di garanzia…

Credo che si debba dare atto al Governo e alla Banca d’Italia di avere rifiutato un logorante braccio di ferro con Bruxelles che avrebbe ritardato la soluzione dei problemi di quelle quattro banche, con effetti sull’intero sistema bancario di una gravità che non è possibile prefigurare. Non dimentichiamoci che dal primo gennaio scatteranno le nuove regole sui salvataggi bancari, il cosiddetto bail in. Occorreva intervenire per evitare la penalizzazione dei correntisti con prevedibili effetti di panico tra i risparmiatori. Certo, a me, che sono un europeista convinto, resta l’amaro in bocca per una soluzione che appare più costosa per il sistema bancario e anche per alcune categorie di risparmiatori. Credo che sia una brutta pagina della storia dell’Europa unita (purtroppo non l’unica) mentre il nostro sistema bancario esce a testa alta da questa vicenda, con orgoglio per la sua capacità di reazione di fronte a una crisi finanziaria che, sebbene circoscritta a singoli territori, avrebbe potuto avere un effetto domino.

Banca d’Italia, non rinunciando al suo ‘standard’ istituzionale, ha lasciato comunque intendere che la tesi di Bruxelles che equipara l’intervento del fondo interbancario a un aiuto di Stato non la convince. Lei cosa ne pensa?

Posso dare un giudizio solo sulla base di quanto riportato dalle cronache finanziarie. L’obiezione sarebbe stata che il Fondo interbancario di garanzia opererebbe con finalità pubblica, seguendo le leggi italiane e con la supervisione della Banca d’Italia. Se così fosse saremmo di fronte a una riproposizione delle motivazioni contenute nella procedura di infrazione per il salvataggio di Banca Tercas che forse vale la pena ricordare. In quel caso per Bruxelles è stato rilevante che il Fondo sia “rimasto sotto costante controllo pubblico, svoltosi effettivamente, per quanto riguarda obiettivi politici concreti, fissati e definiti dalle pubbliche autorità e che va oltre un mero controllo formale della validità e legittimità della condotta del Fondo”. Secondo la Commissione si tratta di elementi che rappresentano “indizi del fatto che gli interventi del Fondo a favore di Tercas siano costituiti da risorse statali e siano imputabili allo Stato”. Ecco, questa ricostruzione mi sembra decisamente forzata e non coincidente con la realtà economico-finanziaria sottostante.

Il salvataggio delle quattro banche ha coinvolto migliaia di risparmiatori, in qualità di piccoli azionisti e sottoscrittori di obbligazioni subordinate. Si poteva evitare?

Credo che sia il prezzo pagato a una soluzione della vicenda poco tempestiva proprio a causa degli orientamenti di Bruxelles. Se si fosse atteso ancora, è il caso di ribadirlo, avrebbero pagato i correntisti, sia pur quelli con depositi superiori a 100mila euro. Questa vicenda però mette nuovamente a nudo alcuni vizi del nostro sistema finanziario che, proprio per effetto delle nuove regole che scatteranno dal primo gennaio 2016, vanno combattuti con decisione: mi riferisco al livello di informazione che viene dato ai risparmiatori nel momento in cui sottoscrivono prodotti di cui non è semplice comprendere a pieno la rischiosità. Non basta far compilare un questionario tipo destinato alla profilazione del rischio del singolo risparmiatore per mettere banche e intermediari finanziari al riparo di ogni responsabilità. L’informazione deve essere chiara, costante, precisa. Vicende come quelle in questione mettono a dura prova il rapporto di fiducia tra risparmiatore e intermediario. E questo è un rischio che non possiamo permetterci.


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