Crisi d’Impresa
11/05/2020

Finanziamenti a fondo perduto? A chi e perché?

Maurizio Irrera
Professore ordinario di diritto commerciale, Università degli Studi di Torino; Presidente del Centro Crisi – Centro di Ricerca Interdipartimentale su Impresa, Sovraindebitamento e Insolvenza

Un tema rovente nella situazione di emergenza economica che stiamo vivendo è quello relativo ai finanziamenti a fondo perduto alle imprese da parte dello Stato o di altre istituzioni pubbliche: l’argomento sarà oggetto del prossimo Decreto Maggio (che pare verrà denominato “Decreto Rilancio”) ed è sul tavolo, altresì, di molti Consigli Regionali.

Il ritardo nell’emanazione di quello che nelle intenzioni del Governo sarebbe dovuto essere il Decreto Aprile risiede – come rilevato da più parti – nella difficoltà di trovare un punto di sintesi rispetto a risorse pubbliche, ovviamente non illimitate, e che anzi occorrerà “spendere” bene giacché andranno ad aggravare il debito pubblico che lasceremo in eredità ai nostri figli.

Sintesi, in primis, tra sostegno al reddito e sostegno alle imprese: il tema è ovviamente complesso in quanto, se da un lato, emergono nuove e sempre più ampie fasce di povertà; dall’altro, il rischio è di creare un sistema fortemente assistenzialistico, a fronte di una finanza pubblica dotata di scarse risorse; dall’altro, ancora, il sostegno alle imprese può ovviamente costituire il volano migliore per creare ricchezza, occupazione e dunque reddito alle famiglie, ma non nell’immediato.

Tornando alle imprese, i temi sul tavolo sono numerosi e non sempre facilmente conciliabili. Si discute e si programmano interventi definiti a pioggia in favore delle micro attività economiche maggiormente colpite dal lockdown economico (si pensi al disegno di legge regionale 5 maggio 2020 della Regione Piemonte che prevede di impiegare 88 milioni di euro mediante la concessione di un bonus una tantum a fondo perduto non superiore ad € 2.500,00 per singola attività); si parla – con riguardo alle medie imprese - di interventi a fondo perduto con il meccanismo del pari passu ovvero un sistema in base al quale lo Stato eroga, senza obbligo di restituzione, ma solo in misura equivalente a contestuali interventi di ricapitalizzazione posti in essere dai soci; si tende ad escludere da ogni beneficio le aziende già in crisi a fine 2019 (pur sempre con la significativa eccezione di Alitalia). C’è nell’agone politico chi vorrebbe accompagnare l’intervento pubblico nelle imprese con una presenza dello Stato nella gestione delle stesse; circostanza che ha fatto balzare dalla sedia Carlo Bonomi, il Presidente designato di Confindustria: “inaccettabile avviare una campagna di nazionalizzazioni dopo aver costretto le imprese ad indebitarsi”. Si propone, poi, di misurare l’aiuto pubblico in rapporto al calo di fatturato connesso con l’emergenza sanitaria; non manca, poi, chi suggerisce di guardare solo alle imprese la cui continuità e a rischio e non altre.

Insomma, un puzzle difficilmente componibile. Alcuni punti fermi possono – con qualche approssimazione – essere posti. Gli interventi a pioggia di cui si è parlato non sono ovviamente risolutivi, ma possono rappresentare un piccolo ombrello per far fronte almeno in parte ai costi maturati in questi mesi di ricavi zero (affitti e bollette, soprattutto).

Il pari passu costituisce certamente uno strumento tecnico interessante, ma necessita di un’attenta disciplina che, da un lato, offra la certezza dell’intervento pubblico, ma, dall’altro, eviti comportamenti opportunistici.

Occorre, poi, come in altra sede ho suggerito, verificare la possibilità ed, eventualmente, le modalità con cui la liquidità concessa (o che, auspicabilmente, verrà concessa) dal sistema bancario con le garanzie dello Stato possa in parte e, a certe condizioni, trasformarsi in forme di finanziamento postergato.

Il vero campo di prova, peraltro, su cui misurare l’efficacia dell’intervento pubblico riguarda la selezione delle imprese da sostenere. Sul punto ritengo che occorra procedere necessariamente ad una valutazione caso per caso che non può fondarsi sull’allarme sociale provocato dall’ampiezza delle riduzioni di personale, ma che deve privilegiare quelle imprese che hanno concrete prospettive di continuità. E’ vero che un tale processo significa non immediatezza dell’intervento, ma in modo comunque rapido ed efficiente, utilizzando le best practice in materia, si può operare una scelta adeguata, senza la quale il rischio di dissipare finanza pubblica diviene certezza.