Servizi di investimento
Giugno 2018

Prestazione di servizi di investimento alla clientela a mezzo di fiduciaria statica e disciplina di trasparenza. A proposito di Cass. n. 10333/2018

Estremi per la citazione:

B. Bonfanti, Prestazione di servizi di investimento alla clientela a mezzo di fiduciaria statica e disciplina di trasparenza. A proposito di Cass. n. 10333/2018, in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 39, 2018

ISSN: 2279–9737
Rivista di Diritto Bancario

Sommario. 1. I punti di diritto considerati dalla decisione Cass. n. 10333/2018. – 2. Sopravvalutazione, nell’immediata reazione degli operatori, del profilo costituito dalla natura finanziaria della polizza index linked. – 3. Maggiore interesse del profilo costituito dall’intestazione fiduciaria del contratto di investimento in strumenti finanziari. – 4. Le statuizioni della Corte di Cassazione sul punto. Rapporto del dictum con la disciplina secondaria emanata dalla Consob. – 5. La disciplina della prestazione di servizi di investimento alla clientela a mezzo di fiduciaria statica tra esigenze di riservatezza e obblighi imperativi di trasparenza. Apparente incompatibilità tra intestazione fiduciaria e «know your customer rule». – 6. «Senso» dell’interposizione della società fiduciaria e profili della sua responsabilità.

 

1. I punti di diritto considerati dalla decisione Cass. n. 10333/2018. Sopravvalutazione, nell’immediata reazione degli operatori, del profilo costituito dalla natura finanziaria della polizza index linked.

Nell’occuparsi dei termini di esatto adempimento di una compagnia assicurativa, collocatrice di una polizza unit linked, degli obblighi di trasparenza in materia di prestazione di servizi di investimento, una recente pronuncia della Suprema Corte in tema di polizze è venuta da subito a sollevare la preoccupata attenzione degli operatori.

Il caso concretamente giunto al vaglio della Corte ha ad oggetto un contratto di assicurazione sulla vita ascrivibile alla categoria delle polizze unit linked stipulato per il tramite di una società fiduciaria c.d. statica[1]; che risultava, dunque, l’unica controparte del contratto di assicurazione.

Nel caso, la polizza stipulata tra la fiduciaria e l’assicurazione (e in cui il cliente-fiduciante assumeva formalmente il mero ruolo di soggetto il cui evento morte era presupposto di erogazione dell’indennizzo), ancorava l’obbligo di erogazione dell’indennizzo all’andamento dei titoli di debito emessi dalla banca Lehman Brothers, senza garanzia di «conservazione del capitale» versato. Strutturato in questi termini il prodotto, in seguito al default della società finanziaria americana, nulla era dovuto all’assicurato.

Il provvedimento si compone di due passaggi, il primo dei quali si pone in rapporto di strumentalità col secondo.

La Corte, in via preliminare, ha affrontato il problema della qualificazione del prodotto. In particolare, il Supremo Collegio ha confermato la valutazione compiuta dal giudice di prime cure, secondo cui «mancando la garanzia della conservazione del capitale alla scadenza e dunque la natura assicurativa del prodotto, il prodotto oggetto dell’intermediazione doveva essere considerato un vero e proprio investimento finanziario da parte di coloro che figuravano come assicurati, … sicché trovavano applicazione il T.U.F. e i regolamenti Consob».

Fermato tale principio, la Corte – sollecitata in tal senso dalla parte ricorrente – passa quindi a considerare quale sia, in una fattispecie siffatta, il soggetto da considerarsi come «investitore». Confermando anche sotto questo rispetto la decisione del giudice del merito, l’organo di legittimità individua l’investitore, che come tale è il referente soggettivo dell’adempimento degli obblighi di informazione attiva e passiva, nonché di adeguatezza, previsti dal TUF, non già nella fiduciaria bensì nel fiduciante.

2. Sopravvalutazione, nell’immediata reazione degli operatori, del profilo costituito dalla natura finanziaria della polizza index linked.

Così indicati i contenuti essenziali della pronuncia, va subito segnalato che il primo passaggio (il quale ricollega l’assenza di garanzia di conservazione del capitale all’applicazione della normativa TUF) sta alla base della già evocata preoccupazione da parte degli operatori del settore assicurativo: inquietudine tale da indurre la relativa associazione di categoria a emettere un apposito comunicato, inteso a «spiegare» il contenuto dell’arresto[2].

Pare tuttavia a chi scrive che una simile reazione sia obiettivamente non giustificata dal tenore contenutistico del provvedimento: la pretesa portata eversiva che taluni commenti – giornalistici e non – attribuiscono al provvedimento, se forse potrebbe essere insinuata dalla formulazione un poco «veloce» del principio (che sembrerebbe delineare un rapporto di alternatività tra contratto di assicurazione e prodotto finanziario), sfuma non appena si consideri l’evoluzione, tanto normativa quanto del diritto giurisprudenziale, del tema dell’applicazione della disciplina TUF alle polizze unit-linked[3].

La Corte infatti, attenendosi necessariamente alla ricostruzione di fatto compiuta dalle corti di merito e non ritendo sussistente alcun vizio motivazionale nella pronuncia del precedente grado, non fa altro che riprendere un principio sviluppato in modo più analitico in una precedente pronuncia[4].

Riportandosi al precedente, il Supremo Collegio ha infatti confermato il principio per cui «al fine di stabilire se l’impresa emittente, l’intermediario ed il promotore abbiano violato le regole di leale comportamento previste dalla specifica normativa, deve interpretare il contratto, e tale interpretazione non è censurabile in sede di legittimità se immune da vizio di motivazione, al fine di stabilire se esso, al di là del «nomen iuris» attribuitogli, sia da identificare come polizza assicurativa sulla vita (in cui il rischio avente ad oggetto un evento dell’esistenza dell’assicurato è assunto dall’assicuratore) oppure si concreti nell’investimento in uno strumento finanziario (in cui il rischio di “performance” sia per intero addossato all’assicurato)».

In altre parole, la soluzione dell’interrogativo circa l’applicabilità o meno della disciplina TUF alla polizza assicurativa deve ruotare attorno all’individuazione del rischio di investimento, e del relativo titolare: se l’alea è assunta dall’assicuratore, si resta all’interno di un «semplice» contratto di assicurazione; se il rischio derivante dell’andamento del prodotto ricade sull’investitore, il rapporto presenta il tratto della «finanziarietà»[5], con le necessarie conseguenze in punto di trattamento disciplinare.

Nel caso concreto esaminato dalla sentenza de quo la mancata garanzia della conservazione del capitale alla scadenza è l’elemento che sposta il rischio dell’investimento interamente sull’assicurato, su cui ricadono le conseguenze economiche negative dell’operazione e che assume dunque la veste di investitore, senza preventivamente averne ricevuto le tutele.

Ciò che invece la sentenza non afferma, e che è inesatto leggervi, è che la natura «finanziaria» del rapporto viene a escludere la riconducibilità della fattispecie negoziale al tipo del contratto di assicurazione ex art. 1882 ss., e correlativa applicazione della disciplina[6].

3. Maggiore interesse del profilo costituito dall’intestazione fiduciaria del contratto di investimento in strumenti finanziari.

In realtà, il passaggio sopra esposto, su cui si è discusso e su cui esclusivamente si è concentrata l’attenzione pubblica, è premessa logicamente necessaria per lo svolgimento di un secondo punto, nel quale si sostanzia il principale portato della pronuncia della Corte, e la reale ragione di interesse dell’arresto.

Come si è indicato, il rapporto dedotto in giudizio presenta infatti una caratteristica peculiare: non intercorre infatti una relazione diretta tra il soggetto assicurato e la società assicurativa, ma è mediato dalla presenza di una società fiduciaria quale controparte «formale» del rapporto.

La conferma della natura finanziaria del prodotto, affermata in premessa dal Supremo Collegio, ha un risvolto disciplinare preciso che si sostanzia nell’applicazione al rapporto del TUF e del Regolamento n. 11522 della Consob[7] e, per ciò che in modo specifico qui interessa, della disciplina di protezione del cliente non qualificato.

Nello specifico, la disciplina del settore finanziario, a livello di normativa sia primaria che secondaria, pone sull’intermediario una serie di obblighi di trasparenza nei confronti del cliente retail che, per essere correttamente adempiuti, necessitano di una conoscenza dello stesso di natura «sostanziale».

Oltre alle numerose norme regolamentari che analiticamente disciplinano il flusso informativo nel rapporto, il principio cardine che segna l’interdipendenza e dunque la natura inevitabilmente personalizzata della prestazione dei servizi di investimento al dettaglio è l’art. 21, comma 1, lettere a e b) TUF, che prescrivono all’intermediario rispettivamente, di «comportarsi con diligenza, correttezza e trasparenza, per servire al meglio l’interesse dei clienti e per l’integrità dei mercati», e di «acquisire le informazioni necessarie dai clienti e operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati».

Il nodo della pronuncia, che è al centro dei motivi di ricorso presentati dalla compagnia assicurativa, sta proprio nella corretta ricostruzione e determinazione degli obblighi facenti capo ai soggetti coinvolti e, in particolare, all’intermediario e alla società fiduciaria.

Primo fra tutti, com’è evidente, quello dell’individuazione – in una fattispecie connotata dalla presenza, quale parte della complessiva operazione, di un soggetto «fiduciario» – delle forme e modalità di corretto adempimento degli obblighi di trasparenza da parte dell’ente assicurativo. In particolare, viene in rilievo l’esigenza di comprendere sulle caratteristiche di quale soggetto si misurino gli obblighi di informazione c.d. passiva, e di adeguatezza; nonché, specularmente, nei confronti di quale soggetto debbano essere espletati i doveri di informazione c.d. attiva. Se, cioè, nei confronti della fiduciaria, ovvero del fiduciante, ovvero ancora di entrambi.

Ed è chiaro, da quest’angolo visuale, che la schermatura del cliente, funzionalmente connaturata al rapporto fiduciario, potrebbe essere elemento impeditivo all’instaurarsi di un rapporto personalizzato nella prestazione del servizio di investimento, e dunque ai fini dell’adempimento, per l’intermediario, degli obblighi di trasparenza nei confronti dell’investitore.

4. Le statuizioni della Corte di Cassazione sul punto. Rapporto del dictum con la disciplina secondaria emanata dalla Consob.

Si è già detto, introducendo i contenuti della pronuncia, che la Corte individua nel fiduciante il soggetto di cui l’assicurazione deve conoscere il profilo finanziario, anche ai fini della valutazione di adeguatezza[8].

Il Supremo Collegio, nell’affermare tale principio, riprende e si conforma a due comunicazioni della Consob[9] emesse in tema di intestazione fiduciaria di contratti di investimento finanziario.

Le linee guida indicate dall’Autorità, puntualmente richiamate e fatte proprie dal Supremo Collegio in sede applicativa, pongono i limiti e le condizioni in presenza delle quali una società fiduciaria statica può rendersi intestataria di contratti di gestione individuale; dalla loro lettura emerge una disciplina analitica che può essere sintetizzata come segue.

Nella fase di avviamento del contratto, caratterizzata dallo scambio di informazioni relative all’operazione finanziaria, il cliente fiduciante deve essere reso riconoscibile attraverso l’attribuzione di un codice convenzionale e l’intermediario deve ricevere dalla fiduciaria tutte le informazioni sul cliente di cui all’art. 28 comma 1, lett. a) del reg. Consob 11522/98, con l’unica eccezione del nome e del cognome[10]. L’intermediario da parte sua, ai sensi dell’art. 28, comma 2 del reg. Consob 11522/98, deve fornire al cliente, tramite la fiduciaria, tutte le informazioni sulla natura, i rischi e le implicazioni dell’operazione.

In questo frangente di identificazione e selezione dell’operazione finanziaria, l’eventuale segnalazione dell’intermediario in merito all’inadeguatezza del prodotto[11], non può essere superata se non in presenza dell’attestazione da parte della fiduciaria dell’avvenuta consegna di un modulo che contenga tali segnalazioni e di un’ulteriore attestazione, rilasciata dalla società interposta sotto la propria responsabilità, dell’avvenuto conferimento da parte del fiduciante dell’autorizzazione al proseguimento dell’operazione.

Concluso il focus disciplinare in merito a questa prima fase, la Consob si premura di intervenire anche in relazione al frangente temporale che attiene alla stipula del contratto. Per quanto questo profilo non sia espressamente ripreso dal Supremo Collegio nella pronuncia in commento, deve ritenersi da quest’ultimo condiviso, posto il richiamo generale alla disciplina contenuta nelle comunicazioni.

Terminata la fase informativa preliminare infatti, il contratto di investimento riferito al cliente di cui si sono acquisite le informazioni viene stipulato tra la società fiduciaria e l’intermediario; in relazione al rapporto tra cliente fiduciante e società fiduciaria, si specifica che nel contratto tra loro intercorrente, oltre al richiamo agli obblighi di legge e regolamentari previsti dalla normativa di settore, debba essere esplicitato il modo con cui il cliente potrà rendersi palese nei confronti dell’intermediario e sostituirsi alla fiduciaria.

5. La disciplina della prestazione di servizi di investimento alla clientela a mezzo di fiduciaria statica tra esigenze di riservatezza e obblighi imperativi di trasparenza. Apparente incompatibilità tra intestazione fiduciaria e «know your customer rule».

Così sunteggiati gli elementi salienti della disciplina Consob, si può ora svolgere qualche pur rapida considerazione di sintesi sui relativi contenuti, con particolare riferimento alle diverse esigenze concorrenti che vengono bilanciate dalla disciplina tratteggiata.

Come emerge chiaramente dalle linee guida, la struttura disciplinare tracciata dall’Autorità risponde alla primaria esigenza di evitare che attraverso il fenomeno dell’intestazione fiduciaria, si eluda la riserva di attività di cui all’art. 18 TUF.

Come noto, l’esercizio professionale dei servizi e delle attività di investimento è riservato dal legislatore ad alcuni specifici soggetti puntualmente individuati e in possesso dei precisi requisiti imposti dalla normativa di secondo livello[12]. Le società fiduciarie, come si è anticipato, ad eccezione di quelle iscritte nell’apposita sezione dell’albo delle SIM, non rientrano nel novero di tali soggetti.

Per questo motivo, come si è avuto modo di osservare, la fiduciaria che si renda intestataria del contratto di investimento non può in alcun modo interferire nella determinazione della volontà contrattuale del cliente fiduciante, cui spetta[13], recte deve spettare, la definizione tanto del prestatore di servizi di investimento con cui operare, quanto della tipologia dell’operazione, quanto ancora delle singole operazioni di investimento da svolfersi.

Da tale primaria ragion d’essere della disciplina discende l’ulteriore conseguenza che l’intermediario autorizzato allo svolgimento dell’attività finanziaria sia posto nelle condizioni di esplicare la propria professionalità nel rispetto della disciplina di settore che, come si è abbondantemente evidenziato, in relazione alla clientela al dettaglio, gli impone di conoscere la controparte del contratto di investimento al fine di adempiere correttamente ai propri obblighi.

Nel contesto della stipulazione di un contratto che richiede un alto livello di personalizzazione e di trasparenza tra le parti, il fenomeno dell’interposizione fiduciaria si pone fisiologicamente quale elemento opacizzante.

E infatti, l’esistenza di un rapporto fiduciario risponde di per sé all’esigenza da parte del fiduciante di tenere celate ai terzi, per le più diverse ragioni, le informazioni inerenti alla propria identità e di conseguenza alla propria sfera giuridica.

L’Autorità di vigilanza, attraverso le indicazioni operative in commento, tenta di sciogliere l’inconciliabilità di queste due strutture, limitando, ma non annullando, il perimetro del rapporto di investimento coperto dal velo della fiduciaria.

Come si è evidenziato infatti, il cliente, per quanto schermato nel nome e nel cognome, è conoscibile dall’intermediario che, attraverso la fiduciaria, riceve quelle informazioni che sono indispensabili ai fini dello svolgimento della propria attività; dall’altro lato l’intermediario, sulla base delle notizie ricevute, può identificare e trasmettere al cliente, seppur attraverso una mediazione, l’operazione più adeguata.

Si delinea in questo modo da un lato un contratto di intermediazione finanziaria che mantiene i caratteri della personalizzazione e della trasparenza in relazione all’operazione finanziaria e dall’altro un rapporto fiduciario di cui la caratteristica connotante della riservatezza viene preservata, anche se estensivamente ridotta[14].

In sintesi, ciò che è degno di interesse e che si è tentato di mettere in luce, è il tentativo della disciplina in commento, riuscito ad avviso di chi scrive, di bilanciare due strutture destinante astrattamente a scontrarsi frontalmente.

6. «Senso» dell’interposizione della società fiduciaria e profili della sua responsabilità.

Tutto ciò posto, in questa sede è possibile solamente enucleare alcuni profili problematici che la disciplina sin qui considerata non viene a toccare in via diretta. Più nel dettaglio, si andrà a circoscrivere il delicato ruolo di tramite informativo svolto dalla fiduciaria in relazione al contratto di investimento e si andranno a delineare i possibili profili di responsabilità, in relazione a tale specifico aspetto, gravanti sulla stessa e sull’intermediario.

La disciplina in commento sembra essere inquadrabile innanzitutto in quel fenomeno che è stato descritto con l’espressione “cooperazione nello svolgimento di atti o attività giuridiche”[15] e, più tecnicamente, in un fenomeno gestorio. La società fiduciaria infatti, da quello che emerge nelle Comunicazioni Consob, si obbliga a compiere una serie atti ai fini del raggiungimento dell’interesse del fiduciante, che si sostanzia inizialmente nella stipulazione del contratto di intermediazione e, nel momento successivo, nella possibilità di gestirlo nella riservatezza garantita dall’interposizione.

L’apporto collaborativo che la società fiduciaria viene a svolgere si sostanzia, soprattutto nella fase propedeutica alla stipula del contratto di investimento, nel permettere il passaggio di informazioni tra l’intermediario e il fiduciante, garantendo la riservatezza di quest’ultimo. Come si è già avuto modo di notare, l’intermediario, individuato dal fiduciante, deve ricevere tramite la fiduciaria tutte le informazioni sul profilo economico dell’investitore; sulla base dell’elaborazione di queste, l’intermediario adempie ai propri obblighi di informazione attiva in merito all’operazione che ritiene più adeguata alle caratteristiche del cliente.

In relazione a questo profilo di evidente centralità e delicatezza, come accennato in apertura di paragrafo, è necessario verificare l’eventuale esistenza di obblighi di verifica a carico dell’intermediario e della società fiduciaria in merito alla correttezza e coerenza delle informazioni ricevute.

In relazione all’intermediario è indubbio, stanti gli obblighi di informazione attiva e passiva su di lui gravanti, che sia lui a selezionare la tipologia di informazioni da richiedere al cliente ed è altrettanto indubbio che faccia parte della sua professionalità elaborarle, offrendo, sulla base di queste, un’operazione adeguata al profilo del cliente.

Nel caso in cui riceva delle informazioni false o incoerenti da parte fiduciaria, la disciplina in commento è chiara nell’individuare quale responsabile la società interposta, con l’eventuale solidarietà del cliente che abbia trasmesso alla fiduciaria le informazioni non veritiere. In relazione a tale aspetto si ritiene ragionevole però limitare l’operato della regola al caso in cui per l’intermediario sia impossibile rendersi conto di tale incoerenza o mendacità; se così non fosse infatti, vale a dire se si accorgesse di una qualche forma di contraddittorietà delle informazioni ricevute, la diligenza professionale richiestagli gli imporrebbe una più puntale verifica delle stesse e una maggiore cautela nell’agire.

Anche in relazione alla società fiduciaria è necessario distinguere le diverse ipotesi che potrebbero prospettarsi, in relazione alla tipologia delle informazioni da trasmettere.

Se infatti l’informazione fornita dal cliente, da trasmettere all’intermediario, attiene a profili discrezionali relativi alla scelta dell’operazione economica,

alla luce dell’inibizione alla società fiduciaria dello svolgimento dell’attività di intermediazione finanziaria, nessun onere di valutazione può essere ravvisato e l’informazione dovrà essere tramessa all’intermediario.

Se invece l’informazione attiene a profili diversi da quelli sopra menzionati, come per esempio la consistenza e la composizione del patrimonio del fiduciante, il discorso potrebbe essere diverso. Specularmente a quanto è richiesto all’intermediario in relazione ai profili dell’operazione finanziaria, è onere della società fiduciaria verificare, prima della trasmissione, la correttezza e l’attendibilità delle informazioni che rientrano nel suo bagaglio di conoscenza. Questo specifico onere di verifica si impone proprio alla luce della professionalità specificamente acquisita nel rapporto con il fiduciante.




[1] Come noto tale espressione, accanto a quella di “società fiduciaria c.d. dinamica”, è stata introdotta con la circolare n. 15 del 15 maggio da Assofiduciaria. Tale distinzione è stata equiparata in dottrina alla distinzione che corre tra il concetto di “amministrazione” e quello “gestione” e dunque tra le società fiduciarie che svolgono attività di “amministrazione per conto terzi” di cui all’art. 1 della l. 1966 del 1939 e quelle che erano ammesse alla “gestione fiduciaria” di cui all’art. 6 della medesima legge ed oggi, dopo diversi travagliati interventi normativi, si trovano equiparate alle SIM dall’art. 60, comma 4, del d. lgs. 415/1996.

Per un excursus analitico dell’evoluzione disciplinare in tema di società fiduciarie si rimanda a Nisio, L’attività di “amministrazione” delle società fiduciarie (evoluzioni e prospettive), in Banca e borsa, 2003, I, p. 42 e ss.

[2] Comunicato stampa dell’Ania del 7 maggio 2018, reperibile sul sito dell’associazione.

[3] Per un quadro delle posizioni in letteratura sul punto si rimanda a Corrias, La natura delle polizze linked tra previdenza, risparmio e investimento, in Assicurazioni, 2016, II, p. 225 e ss.

[4] Cass. civ. sez. III, 7 febbraio 2012, n. 6061.

[5] Nella sentenza 6061 del 2012 si precisa che, dal punto di vista strutturale, il rischio assume una valenza diversa nelle due tipologie contrattuali; infatti «rileva in senso causale solo nel contratto di assicurazione, mentre nel contratto di investimento il rischio è estraneo alla causa e rientra nella normale alea contrattuale».

[6] Corretta, ma forse non necessaria, è l’affermazione contenuta nel comunicato stampa dell’Ania del 7 maggio 2018, volta a sottolineare che «non si leggono nella pronuncia della Suprema Corte conclusioni che mettano in dubbio la connotazione di prodotto assicurativo con riferimento alle polizze con contenuto finanziario».

[7] Delibera n. 11522 del 1 luglio 1998, applicabile ratione temporis ai fatti che hanno formato oggetto del giudizio de quo. Come noto con Delibera n. 20307 del 20 febbraio 2018 la Consob ha adottato un nuovo Regolamento Intermediari che ha innovato la disciplina previgente. Le considerazioni che si svolgeranno in relazione agli obblighi gravanti sull’intermediario e alla necessaria personalizzazione del rapporto nell’ambito di un’interposizione fiduciaria sono valide in relazione ad entrambi i regolamenti.

[8] La ricostruzione del rapporto proposta dalla società assicurativa, avrebbe portato all’applicazione dell’art. 31 del reg. Consob 11522/98, che in relazione agli investitori professionali, dettava un regime derogatorio degli obblighi di informazione e adeguatezza gravanti sull’intermediario.

[9] Comunicazioni n. DI/98086703 del 4 novembre 1998 e n. DIN/6022348 del 10 marzo 2006.

[10] Nella comunicazione n. DI/98086703 emerge l’ulteriore raccomandazione rivolta alle società fiduciarie di inserire, nei contratti stipulati con gli intermediari, una specifica clausola «che preveda la fornitura delle generalità dei fiducianti e di ulteriori dati alla CONSOB su richiesta di quest’ultima formulata all’intermediario gestore».

[11] La medesima procedura è richiesta anche in relazione alla segnalazione di situazioni di conflitto di interessi.

[12] Da ultimo disciplina il regime di autorizzazione il nuovo Regolamento Intermediari, adottato con delibera n.20307 del 15 febbraio 2018.

[13] Tra le cautele operative di Assofiduciaria si legge che dopo aver ricevuto l’incarico da parte del fiduciante, la società fiduciaria deve farsi rilasciare un’autorizzazione a richiedere la modulistica all’intermediario individuato dal fiduciante.

[14] In letteratura, per evidenziare il peculiare modo di atteggiarsi di tale relazione fiduciaria si è parlato di “fiducia trasparente”. Si rimanda per una riflessione generale sul punto a Frigeni, La partecipazione fiduciaria nel diritto vivente, in Riv. dir. civ., 2013, I, p. 179 e ss., e più nello specifico, per l’ipotesi che qui interessa, a Samorì, Società fiduciaria e legittimazione attiva dell’investitore fiduciante all’esercizio delle azioni di risarcimento danni nei contratti di investimento in strumenti finanziari, in Studi Urbinati, 2012, p. 133 e ss.

[15] Sirena, La categoria dei contratti di collaborazione, in Contratti di collaborazione, a cura di Sirena, in Trattato dei contratti, diretto da Rescigno e Gabrielli, 16, Torino, 2011, p. 3 ss.