Fallimento
Marzo 2013

Limiti all’accertamento della responsabilità dei sindaci nella procedura fallimentare

Estremi per la citazione:

Spadafora N., Limiti all’accertamento della responsabilità dei sindaci nella procedura fallimentare, in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 10, 2013

ISSN: 2279–9737
Rivista di Diritto Bancario

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Sommario: 1 - Inquadramento della fattispecie e premessa di metodo; 2 - Sindaci ed amministratori: due forme di attività connesse in modo necessario; 3 - Determinazione del danno risarcibile nelle azioni di responsabilità; 4 - Prova dell’esistenza di atti non conservativi, nesso di causalità; 5 - Sull’azione di responsabilità esercitata dalla curatela fallimentare.

 

1. Inquadramento della fattispecie e premessa di metodo. - Nell’iniziare lo studio della responsabilità dell’organo di controllo all’interno delle dinamiche societarie, nella prospettiva di indagine fallimentare, occorre, da subito, evidenziare, col conforto dell’orientamento diffuso in giurisprudenza, come la responsabilità dei sindaci, in solido con quella degli amministratori, ai sensi dell’art. 2407, 2° comma, presuppone non solo che essi non abbiano ottemperato ai doveri di vigilanza inerenti alla loro carica, ma anche l’esistenza di un nesso di causalità tra le violazioni addebitate e il danno accertato, onde i sindaci possono essere chiamati a rispondere delle perdite patrimoniali della società solo nel caso e nella misura in cui queste ultime siano ad essi direttamente imputabili1.

Come noto al formante giurisprudenziale ed alla prassi societaria, presupposto per integrare la responsabilità dei sindaci nei confronti della società è la violazione di uno dei doveri che la legge attribuisce a tali soggetti, tramite un comportamento non diligente, vale a dire una condotta societaria mancante della cura che ci si deve attendere attese la natura dell’incarico e la professionalità richiesta dallo stesso2. Più precisamente, in linea teorica si suole distinguere due forme di responsabilità del sindaco: la prima è la responsabilità esclusiva o diretta, derivante dalla violazione degli obblighi di verità delle attestazioni, di conservazione del segreto e di altri loro doveri indipendentemente da un connesso inadempimento riportabile agli amministratori. La seconda fattispecie è definita responsabilità indiretta o concorrente con gli amministratori, e si verifica quando i sindaci non hanno puntualmente adempiuto i propri doveri di controllo, non avendo così evitato la produzione di un danno conseguente ad inadempimenti degli amministratori3.

Nella prassi societaria, tuttavia, la seconda fattispecie è decisamente più frequente, e, di guisa, la responsabilità del sindaco verso la società è usualmente connessa a un inadempimento degli amministratori nello svolgimento dell’incarico gestorio. È appena il caso di osservare che anche la responsabilità concorrente è configurabile come responsabilità per fatto proprio, la cui fonte è costituita dalla violazione (da parte dei sindaci) dei doveri di vigilanza previsti dalla legge4.

Nell’ipotesi di responsabilità da culpa in vigilando dei sindaci si deve rilevare che il dettato dell’art. 2407, comma 2, c.c., richiede il simultaneo concorso di più elementi: un inadempimento degli amministratori, un danno conseguente all’inadempimento, un inadempimento dei sindaci, un nesso di causalità fra l’inadempimento dei sindaci ed il danno verificatosi, nel senso che qualora i sindaci avessero correttamente svolto i propri doveri, il danno non si sarebbe verificato5.

Ebbene, volendo traslare tali assunti nella ipotesi di studio del presente contributo, ne deriva che la curatela fallimentare deve provare, con riferimento all’accertamento della responsabilità dell’organo di controllo (e del sindaco singolarmente) gli elementi indicati. Come è possibile riscontrare, mentre nell’ipotesi di responsabilità diretta o esclusiva vi è un rapporto, per così dire, biunivoco fra inadempimento dei sindaci e l’evento dannoso, nel caso della responsabilità concorrente, oltre all’inosservanza dei sindaci è necessario che sussista un inadempimento dei doveri degli amministratori, nonché un nesso di causalità fra il danno ed il difetto di vigilanza6.

Un ulteriore profilo della responsabilità concorrente dei sindaci, che sarà ripreso nel proseguo della trattazione, consiste nella solidarietà dell’obbligo risarcitorio di amministratori e sindaci, in particolare quando gli addebiti riguardano una gestione prolungata nel tempo. Al fine di suddividere in concreto la responsabilità tra amministratori e sindaci è necessario distinguere il rapporto esterno, ossia la responsabilità dei soggetti solidalmente obbligati verso la società, da quello interno, ossia tra i coobbligati solidali7.

2. Sindaci ed amministratori: due forme di attività connesse in modo necessario. - Attesa la premessa di metodo introdotta in precedenza, risulta necessaria l’analisi della graduazione del danno nei rapporti interni tra i sindaci e amministratori, tra i quali l’obbligazione può essere suddivisa, graduandola diversamente a seconda della colpa e dell’apporto causale dei diversi soggetti coinvolti, ogniqualvolta le condotte dei due organi e dei loro componenti siano suscettibili di diverso apprezzamento.

Sebbene il dato della norma non affermi esplicitamente se anche fra i sindaci sussista un vincolo di solidarietà, in caso di omesso controllo ai sensi dell’art. 2407, comma 2, c.c., i sindaci sono condebitori per effetto di un medesimo tipo di violazione, essendo peraltro problematico individuare a quale componente del collegio sindacale si debba riferire l’inadempimento, visto che il dovere stesso grava indistintamente su tutti i membri del collegio8.

Di fatti, nell’ottica della necessaria segmentazione dell’accertamento delle forme di responsabilità dei singoli componenti dell’organo di controllo, la natura solidale dell’obbligazione risarcitoria dei sindaci, sia nei confronti degli amministratori che tra i componenti del collegio sindacale, non esclude che i singoli sindaci possano chiedere ed ottenere una graduazione di colpa nei loro reciproci rapporti, con una diversa ripartizione dell’onere risarcitorio all’interno del collegio, affinché si possa fissare con l’eventuale sentenza di condanna il quantum dovuto da ciascun componente del collegio ai fini del regresso fra condebitori9.

Proprio nel momento pre-fallimentare dell’impresa societaria ed ai fini di un diligente svolgimento dei doveri di controllo dei sindaci, che si sostanzia primariamente nel rispetto da parte dell’organo amministrativo (ma non solo) della legge e dell’atto costitutivo, i sindaci non possono prescindere da un’analisi del bilancio relativo all’esercizio precedente; tale esame delle scritture contabili è finalizzato ad eliminare o quanto meno attenuare le eventuali irregolarità e le loro possibili conseguenze negative sugli esercizi dell’incarico10.

Se si riflette, infatti, sulla funzionalità dell’esame contabile, risulta che tale controllo si rende necessario essenzialmente perché il bilancio rappresenta il momento di sintesi dell’attività gestoria degli amministratori da cui partire per verificarne la correttezza; ciò considerando che i sindaci devono adoperarsi per rimediare le situazioni in grado di arrecare un danno, comprese quelle sorte in passato, se producono effetti nel presene e sono suscettibili di essere eliminate o limitate nelle loro conseguenze pregiudizievoli. Occorre, quindi, che l’organo deputato alla gestione in sede concorsuale cali quanto affermato, al caso in esame e constatare la correttezza dell’operato del sindaco e dell’organo di controllo in tema di controllo bilancistico.

Volendo operare una concretizzazione dei concetti espressi, si può notare come spesso le curatore omettano di evidenziare che, nello stesso anno, come previsto dal codice civile e dai principi contabili, si ammortizzano le immobilizzazione capitalizzate nell’anno con la conseguente influenza di dette voci sul bilancio d’esercizio. Al fine di potere procedere al calcolo dell’impatto degli ammortamenti dell’anno sugli incrementi, si devono escludere le immobilizzazioni in corso ed acconto in quanto non soggette ad ammortamento e, successivamente, calcolando le percentuale di ammortamento sul totale delle immobilizzazioni all’esercizio precedente, così da comprendere quanto è stato l’ammortamento sull’incremento dell’anno11.

Quando si imputa ai sindaci di non essere intervenuti su comportamenti o valutazioni attuati in un periodo anteriore alla loro carica, la dimostrazione dei presupposti della responsabilità sopra indicata dovrà essere particolarmente rigorosa; la responsabilità dei sindaci potrà sussistere solo a condizione che le irregolarità possano essere rilevate, per così dire, a posteriori con la diligenza professionale richiesta dall’incarico12.

In tema di professionalità e di diligenza richieste dalla natura dell’incarico, l’art. 2407 c.c., prima di descrivere le varie forme di responsabilità dei sindaci, enuncia una regola generale di condotta atta a qualificare detta responsabilità dal punto di vista soggettivo. Nella precedente versione dell’articolo, tale regola generale era costituita da un generico richiamo alla diligenza del mandatario. Dal punto di vista sostanziale, in vigenza della precedente disciplina, il criterio di diligenza stabilito per l’adempimento delle obbligazioni non era quello del buon padre di famiglia, in quanto il riferimento era inteso alla diligenza tecnica prevista dall’art. 1176, comma 2, c.c., da valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata. Nella versione novellata dalla riforma societaria dell’art. 2407, comma 1, c.c., non vi è più il rinvio al canone della diligenza del mandatario; la norma ora indica in via esplicita che i sindaci devono adempiere i loro doveri con la professionalità e la diligenza richieste dalla natura dell’incarico, modulando l’attività di controllo sulla base di indici quali le dimensioni, le caratteristiche dell’impresa e la sua struttura organizzativa. L’attività di controllo, inoltre, dovrà essere modulata anche in presenza dei c.d. indici di rischio, quali, ad esempio, la precedente sussistenza di irregolarità o sintomi di difficoltà economiche o finanziarie, la presenza di un amministratore unico o di amministratori con deleghe particolarmente ampie, la natura ristretta o ristrettissima della compagine societaria13.

3. Determinazione del danno risarcibile nelle azioni di responsabilità. - Tra l’invocata gestione non conservativa ed il conseguente danno non possono certamente, quindi, essere ricavati per mera presunzione dell’entità del passivo accertato dal Fallimento dovendo, se del caso, tale incremento del passivo essere la conseguenza dell’apporto causale diretto degli atti degli amministratori succedutisi nel tempo. Tra l’altro, ad abundantiam, pare opportuno evidenziare che, secondo giurisprudenza costante, la stessa perdita integrale del capitale sociale non implica la perdita di ogni valore attivo del patrimonio sociale, dal momento che la cifra del capitale esprime solo il valore delle attività assoggettate ad un vincolo di indisponibilità a tutela dei creditori sociali e non si estende, quindi, necessariamente a tutti i valori attivi ricompresi nel patrimonio della società14.

Il patrimonio netto è, infatti, un valore contabile convenzionale che talora nulla ha a che vedere con il valore reale del patrimonio societario. Si richiede una rigorosa verifica della sussistenza di un rapporto di consequenzialità causale tra la condotta illecita e il danno. Per i sindaci risulta evidente che imputare all’omissione dei controlli l’intero sbilancio patrimoniale comporta imporre agli stessi un compito ultra vires, vale a dire impedire che la gestione condotta da altri soggetti, con scelte non sindacabili nel merito, possa comportare perdite.

Il formante della giurisprudenza moderna, condividendo la diffusa critica svolta all’originario indirizzo, che tendeva ad identificare l’ammontare del danno risarcibile nella perdita fallimentare, propone l’adozione in via equitativa, e presuntiva, di questa soluzione ai casi nei quali l’irregolarità della contabilità sociale, ascrivibile agli amministratori, sia di dimensioni tali da impedire la ricostruzione dei conti della società o sussista comunque impossibilità o estrema difficoltà nel fornire adeguata prova delle singole violazioni contestate. Al contrario, e nel rispetto dei criteri di responsabilità societaria, si richiede un’indagine accurata del nesso eziologico tra il pregiudizio subito dai creditori (profilo normalmente esaminato dai curatori dei fallimenti) e la mala gestio degli amministratori, sul presupposto che la liquidazione equitativa sia appunto ammissibile soltanto nell’eventuale impossibilità, o estrema difficoltà, di offrire la prova degli elementi di giudizio sufficienti a identificare gli effetti dei comportamenti illegittimi15.

Tale ricostruzione dell’accertamento della graduazione della responsabilità risulta condivisibile, attesa la negazione del metodo del ricorso generalizzato al deficit fallimentare quale misura del risarcimento; ciò sulla base del dato in virtù del quale si è portati ad escludere l’esistenza di altre possibili occasioni, al di là dell’assenza di chiarezza contabile, nelle quali la quantificazione del danno risarcibile possa essere commisurata a tale deficit. Deve poter emergere il nesso di causalità tra il dissesto e una condotta lesiva degli interessi della società e soprattutto dei creditori (non di rado realizzata con operazioni tese consapevolmente a riversare sui creditori un rischio abnorme d’impresa), non giustificabile sulla base di alcuna business judgement rule16.

Ragionando, altrimenti, si induce a sostenere ed accettare il rischio di introdurre una sorta di responsabilità oggettiva, che resta estranea al nostro ordinamento, di guisa, lasciando margine di discussione sulla, non contestabile, adozione dello schermo della personalità giuridica mediante un’indebita assimilazione degli amministratori ai soci della società di persone17.

Di guisa, emerge la necessità di individuare con rigore gli autori delle condotte illecite, e, indi, di mantenere distinte le responsabilità degli amministratori da quelle dei sindaci, essendo normalmente plausibile che solo alla condotta illecita dei primi possano essere riferite le cause del dissesto, ed ugual rigore va applicato nell’accertamento del rapporto di consequenzialità tra i comportamenti di mala gestio e il dissesto. Attese le effettive difficoltà che la procedura concorsuale può avere per fornire la prova del nesso di causalità, non risulta possibile escludere la fattibilità della dimostrazione che l’insolvenza sia stata l’esito inevitabile di determinate condotte illecite da ascriversi all’organo sindacale, ed ai propri componenti18.

Sul tema dell’aggravamento del dissesto societario e del criterio dei netti patrimoniali di periodo, le situazioni nelle quali la perdita del capitale sociale e l’insolvenza non possono essere considerate la conseguenza diretta di condotte illecite degli amministratori sono da considerarsi la norma, dovendosi, nell’ottica della procedura concorsuale, ascrivere ai sindaci la responsabilità per non aver assunto tempestivamente le iniziative prescritte in presenza della perdita del capitale sociale e, nella normalità dei casi, in presenza dell’insolvenza19.

In ipotesi di intervenuto fallimento della società, il danno può essere quantificato nella misura del differenziale tra il saldo del patrimonio netto risultante dal bilancio nel momento in cui l’amministratore convenuto acquisisce la consapevolezza del dissesto, e quindi anteriore alla condotta vietata, e quello all’atto della dichiarazione di fallimento, rettificando il primo in modo da far emergere la perdita in allora già maturata e tenendo conto dello svilimento che il patrimonio avrebbe presumibilmente comunque subito ove fosse stato dato corso tempestivamente agli obblighi di legge20.

Occorre rilevare come la concezione secondo la quale le perdite derivanti dalla prosecuzione dell’attività siano quali conseguenza delle nuove operazioni trascura di considerare l’eventualità che tali perdite si sarebbero comunque verificate se la società fosse stata posta correttamente in liquidazione; ancora, va evidenziato che la valutazione dei cespiti al momento della perdita del capitale sociale deve tener conto della svalutazione che essi avrebbero comunque subito nella fase liquidatoria, giacché il danno debba essere dimostrato in concreto come conseguenza immediata e diretta dei fatti di mala gestio di mancato controllo dei sindaci e non possa essere determinato in via presuntiva con riferimento alla perdita di periodo21.

La prova che la procedura concorsuale è tenuta ad offrire per la quantificazione del danno risarcibile riguarda i singoli atti, attraverso la dimostrazione del risultato complessivo di condotte attuate in spregio alle prescrizioni di legge, alla cui definizione concorrono le operazioni di segno negativo e quelle che possono aver avuto esito positivo per il patrimonio sociale, ed anche eventi che abbiano determinato la diminuzione dell’attivo o l’aumento del passivo seppur non attribuibili direttamente ad atti degli amministratori ma comunque derivanti dalla stessa prosecuzione indebita dell’attività d’impresa22.

4. Prova dell’esistenza di atti non conservativi, nesso di causalità. - Se si prende in esame il formante giurisprudenziale italiano, leggendo nei corpi delle sentenze, si può, facilmente, ricavare come la quasi totalità delle azioni di responsabilità esperite dalle curatele fallimentari concerne situazioni in merito alla contestazione agli organi sociali di non aver provocato l’interruzione dell’attività d’impresa, o comunque di non aver sorvegliato affinché la gestione divenisse meramente conservativa, una volta verificatosi il presupposto della perdita del capitale sociale, quando, di fatto, il patrimonio netto diviene negativo23.

In prospettiva del rispetto della continuità gestionale (going concern), a causa della perdita del capitale sociale e dell’insorgere dell’insolvenza, si nota come la funzionalità degli organo societari cambia necessariamente: infatti, gli amministratori non sono più liberi di determinare liberamente gli obiettivi da conseguire, nell’ottica del perseguimento del profitto, per il pregante motivo giuridico, che devono gestire in modo da conservare le virtualità del patrimonio aziendale nell’ottica della futura liquidazione, al contempo compiendo i passi necessari al fine di porre la società in stato di liquidazione, ovvero, se la situazione è talmente grave da rendere impossibile una liquidazione controllata degli assets, instare direttamente per il fallimento24.

Si rifletta: la gestione degli amministratori della società in condizioni di perdita del capitale debba caratterizzarsi per il suo carattere dinamico, ossia per la sua capacità di proiettarsi in uno scenario futuro anch’esso pianificato, e non per il compimento di singoli atti che possono o meno essere considerati dannosi o vantaggiosi. Di risulta, è chiara la differente posizione, di fatto e giuridica, degli amministratori e dei sindaci in quel momento che precede la insolvenza della società: deve risultare, quindi, la differente forma di responsabilità, o meglio, deve evidenziarsi la assoluta imputabilità del dissesto solo all’organo amministrativo25.

È il principio di contiguità o di vicinanza alla prova che conduce ad addossare alla curatela, tale onere probatorio26. La considerazione dei singoli atti grava la curatela di un onere probatorio necessario, proprio nei casi più complessi ove la protrazione dell’attività provoca i danni più ingenti, se l’attività proseguita è di natura complessa, con flussi ingenti ed un numero imponente di atti di output27.

Nel gioco delle dinamiche interorganiche all’interno della struttura societaria, il sindaco di società rispetto all’amministratore è soggetto in svantaggio del quale opera una decisa asimmetria informativa, rispetto alla conoscenza delle vicende sociali28; sul piano processuale, tale situazione fattuale determina l’impiego di criteri presuntivi e di selezione più concreti circa il grado di accertamento di responsabilità e l’onus probandi.

L’affermazione secondo la quale i sindaci avrebbero dovuto (ed invece hanno omesso di) rilevare la falsità del bilancio e l’azzeramento del capitale, utilizzando la professionalità e diligenza loro richieste, e provvedere ai sensi dell’art. 2406 c.c., rappresenta null’altro che una posizione di principio indimostrata di fronte alla complessità delle concrete vicende gestorie dell’ente societario. Di guisa, appare ugualmente sterile la continua statuizione in virtù della quale i sindaci sono venuti meno ai doveri loro imposti dagli artt. 2403 – 2407 del c.c. di vigilare sul rispetto della legge e dello statuto e non hanno esercitato il controllo sull’operato degli amministratori e le iniziative previste dalla legge volte ad impedire il compimento dei comportamenti illeciti sopra descritti, essendo tali affermazioni risultino di mero stile” assolutamente decontestualizzate, prive di alcun riscontro e, non corrette né tantomeno rispondenti al vero e pertanto - esclusivamente - dall’assunto metodologico che il collegio non abbia svolto la sua regolare attività29.

Ebbene, per far valere la responsabilità degli amministratori e dei sindaci per l’attività di gestione posta in essere dopo il verificarsi di una causa di scioglimento della società stessa, deve essere analiticamente indicata quale sia stata la condotta di gestione posta in essere dai singoli amministratori, e non rilevata dai sindaci, che non sia stata meramente conservativa, e che sia stata produttiva di danno. Spetta alla procedura il compito di dimostrare di aver subito un danno in seguito al mancato adempimento da parte del sindaco dei doveri di diligenza impostigli, ed in particolare quello di conservazione dell’integrità del patrimonio sociale nell’interesse sia della società che dei creditori sociali. Tale onere non si ritiene adempiuto, laddove la prova del nesso causale esistente fra le asserite forme di danno ed il comportamento tenuto dall’organo di controllo non sia verificato, controllato e provato.

Di fatti, il curatore che, ai sensi dell’art. 146 comma 2 l. fall., fa valere la responsabilità verso la società ex art. 2393 c.c., ha l’onere di dimostrare: l’inadempimento da parte dell’amministratore ai doveri derivanti dalla legge o dall’atto costitutivo; che la società abbia subito un danno; e che tale pregiudizio sia la conseguenza diretta ed immediata dell’inadempimento, spettando, invece, all’amministratore la prova che quest’ultimo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile o comunque l’assenza di colpa ex art. 1218 c.c.

5. Sull’azione di responsabilità esercitata dalla curatela fallimentare. - Da subito occorre chiarire, come fa recente giurisprudenza di legittimità in tema di esercizio di azione di responsabilità del curatore fallimentare, che in tema di azione di responsabilità promossa dal curatore fallimentare contro gli ex amministratori e sindaci della società fallita, compete a chi agisce dare la prova dell’esistenza del danno, del suo ammontare e del fatto che esso sia stato causato dal comportamento illecito di un determinato soggetto, potendosi configurare un’inversione dell’onere della prova solo quando l’assoluta mancanza ovvero l’irregolare tenuta delle scritture contabili rendano impossibile al curatore fornire la prova del predetto nesso di causalità; in questo caso, infatti, la citata condotta, integrando la violazione di specifici obblighi di legge in capo agli amministratori, è di per sé idonea a tradursi in un pregiudizio per il patrimonio30.

Le azioni che il curatore può promuovere in base all’art. 146 l. fall. non nascono dal fallimento, come ad esempio la revocatoria fallimentare, ma sono le stesse che erano nella disponibilità dell’assemblea e dei creditori, quando la società era in bonis. L’azione ex art. 146 l. fall. non prevede, comunque, un’azione autonoma, che sorge ex novo ed a titolo originario in capo al curatore, ma una legittimazione di tale soggetto all’esercizio delle azioni predette. In pratica, l’art. 146 l. fall. trasferisce al curatore la legittimazione esclusiva ad esercitare cumulativamente quelle stesse azioni che, prima del fallimento, spettavano invece separatamente alla società (ex art. 2393 c.c.) ed ai creditori sociali (ex art. 2394 c.c.).

Tale assunto deriva dalla constatazione che manca nella legge ogni indicazione in ordine ai presupposti ed alle caratteristiche dell’azione, indicazione che sarebbe stata necessaria nel caso in cui si fosse voluto individuare un’azione nuova, distinta dalle precedenti. Né, del resto, dalla modifica della legittimazione (spettante al curatore dopo il fallimento) possono individuarsi differenze in relazione dell’applicabilità dei principi di diritto fallimentare, in quanto il curatore non può ottenere un risarcimento maggiore, o a titolo diverso, rispetto a quello che, prima del fallimento, potevano ottenere la società ed i creditori31.

Laddove il curatore agisca ex art. 146 l. fall., le azioni di responsabilità ex artt. 2393 e 2394 c.c. devono ritenersi contemporaneamente proposte, sicché la responsabilità degli ex amministratori e sindaci può essere dedotta ed affermata con riferimento ai presupposti dell’azione proponibile dai creditori sociali, presupposti consistenti nell’insufficienza patrimoniale cagionata dall’inosservanza degli obblighi relativi al patrimonio sociale, e con riferimento ai presupposti dell’azione proponibile dalla società, vale a dire, danno prodotto al patrimonio sociale da ogni illecito, doloso o colposo, degli amministratori, per violazione dei doveri imposti dalla legge e dall’atto costitutivo, ovvero inerenti all’adempimento della loro funzione, con la diligenza richiesta al mandatario32.

La conoscibilità esteriore dell’incapienza patrimoniale, da cui dipende la decorrenza del termine di prescrizione dell’azione, va accertata, al di fuori dell’ipotesi in cui sia stata esercitata l’azione esecutiva, alla stregua di fatti sintomatici di assoluta evidenza, come la chiusura della sede, bilanci fortemente passivi, l’assenza di cespiti suscettibili di espropriazione forzata, mentre, al contrario, non assume rilievo l’eventuale impossibilità del conseguimento dell’oggetto sociale, sebbene monotematico, la quale impossibilità di perseguimento può presuntivamente ritenersi causa di scioglimento della società, ex art. 2448 comma 1 n. 2 c.c., ma non costituisce anche causa automatica di insolvenza o d’insufficienza della garanzia patrimoniale33. Inoltre, come afferma la giurisprudenza, il curatore del fallimento è senz’altro legittimato ad agire contro gli amministratori (non nell’esercizio dell’azione prevista dall’art. 2449 c.c., ma) in base alle norme generali degli art. 2392-2394 c.c., sul presupposto che il comportamento vietato abbia provocato il depauperamento del patrimonio sociale, configurandosi quale inadempimento di obblighi imposti dalla legge verso la società onde evitare l’aggravamento della relativa situazione patrimoniale (art. 2392 c.c.) ovvero abbia determinato l’insufficienza del patrimonio sociale alla soddisfazione dei creditori, configurandosi quale violazione dell’obbligo generale (v. anche l’art. 2449, comma 3, c.c.) di conservarne l’integrità34.

Il curatore che agisce per far valere la responsabilità dell’amministratore ha l’onere di dedurre specifici inadempimenti o inosservanze in ordine alle quali sorge l’onere del convenuto di fornire la prova dell’adempimento, non potendo l’attore limitarsi ad una generica deduzione dell’illegittimità dell’intera condotta. La deduzione di comportamenti diversi da quelli indicati nell’atto introduttivo fatta in corso di causa dal fallimento, costituisce pertanto una mutatio e non una emendatio libelli e come tale deve ritenersi inammissibile35.

All’esito di quanto affermato, si può procedere alla enunciazione di alcuni punti necessari nell’accertamento delle forme di responsabilità dell’organo di controllo e dei relativi corollari giuridici: spetta alla curatela il compito di dimostrare di aver subito un danno in seguito al mancato adempimento da parte dell’amministratore dei doveri di diligenza impostigli, ed in particolare quello di conservazione dell’integrità del patrimonio sociale nell’interesse sia della società che dei creditori sociali. Tale onere, a modo di esemplificazione pratica, non si ritiene adempiuto, mancando la prova del pregiudizio, qualora l’amministratore, in compensazione di un debito della società, abbia venduto alla società creditrice beni costituenti il compendio aziendale, con corrispondente azzeramento del debito, ad un prezzo più alto rispetto al valore dei beni iscritti al bilancio, realizzando così un vantaggio economico e non un pregiudizio per la compagine sociale e per i creditori di quest’ultima36.

Quando il curatore agisce in giudizio per far valere la responsabilità contrattuale verso la società, ex art. 2393 c.c., ai sensi dell’art. 146 comma 2 r.d. n. 267 del 1942, ha l’onere di dimostrare sia l’inadempimento da parte dell’amministratore ai doveri specifici derivanti dalla legge, dall’atto costitutivo o a quello generale di diligenza ex art. 2392 c.c., e sia che la società ne abbia ricevuto un danno e che tale pregiudizio sia la conseguenza diretta ed immediata dell’inadempimento37.

Ebbene, nell’eventualità in cui la procedura concorsuale non riesca ad ottemperare agli obblighi citati, deve essere acclamata la non avvenuta dimostrazione di un danno in seguito al mancato adempimento da parte del sindaco dei doveri di diligenza impostigli. Con la consequenziale constatazione del rispetto del principio della vigilanza gestionale e contabile, della conservazione dell’integrità del patrimonio sociale38.

In conclusione del ragionamento intrapreso, occorre, ora, tracciare una ideale linea di confine tra gli assunti enunciati in materia di accertamento delle forme di responsabilità tra organo gestorio e organo di controllo. Di risulta, qualora unitamente all’azione di responsabilità contro gli amministratori di una società, venga proposta azione di responsabilità contro i componenti del collegio sindacale, per non aver vigilato sul loro operato, le cause promosse contro i sindaci, tra loro scindibili ed indipendenti, assumono carattere di dipendenza nel rapporto con quelle proposte nei confronti degli amministratori, l’accertamento della cui responsabilità viene quindi a configurarsi come presupposto necessario per l’affermazione della responsabilità dei sindaci.

 

1

La giurisprudenza in tema è costante; per una disamina complessiva della questione giuridica, nonché per avere un panorama preciso delle tendenze che si sino sviluppate nel corso degli ultimi anni in giurisprudenza, si veda Tribunale Milano, 5 marzo 2007.


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2

Cfr. in arg. JAEGER, La responsabilità degli amministratori e dei sindaci nelle procedure concorsuali: una valutazione critica, in Giur. comm., 1998, I, 548.


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3

Cfr. in tema Montalenti, L’amministrazione sociale dal testo unico alla riforma del diritto societario, in Giur. comm., 2003, 422; Spada, L’amministrazione nelle società a responsabilità limitata dopo la riforma organica del 2003, in G. Scognamiglio (a cura di), Profili e problemi dell’amministrazione nella riforma delle società, Milano, 2003, 11; Cagnasso, Dell’amministrazione della società e dei controlli, sub. art. 2475-2475-bis, in Il nuovo diritto societario, Commentario diretto da G. Cottino, G. Bonfante, O. Cagnasso, P. Montalenti, Torino, 2004, artt. 2409-bis- 2483 c.c.; Id. Ambiti e limiti dell’autonomia concessa ai soci della “nuova” società a responsabilità limitata, in Società, 2003, 368; nonché Busani, La riforma delle società e dei bilanci, le nuove regole per s.p.a. e s.r.l., Milano, 2003, 94 e ss.; Id. La riforma delle società- s.r.l., Milano, 2003, 406 e in Caccavale, Magliulo, Maltoni, Tassinari, La riforma della società a responsabilità limitata, in Notariato e nuovo diritto societario, collana diretta da G.Laurini, Milano, 2004, 332. Nella manualistica: Allegri, Calvosa, Cerrai, D’Alessandro, Fortunato, Grippo, Maffei Alberti, Mancini, Partesotti, Piras, Scognamiglio, Volpe Putzolu, Zanarone, Diritto commerciale, IV ed., Bologna, 2004, 312 e ss; Associazione Disiano Preite, Il diritto delle società, a cura di G. Olivieri, G. Presti e F. Vella, Bologna, 2004, 275; G. Laurini, Manuale breve della s.r.l. e delle operazioni straordinarie, Milano, 2004, 88; F. Di Sabato, Diritto delle società, Milano, 2005, 484 e ss.; Abriani, La società a responsabilità limitata - Decisioni dei soci, Amministrazione e controlli, in Aa.Vv., Diritto delle società di capitali (manuale breve), con prefazione di Libonati, Milano, 2006, 292 e ss.. Più in generale, sul ruolo della riforma in materia di “governo” dell’impresa, cfr. Angelici, La riforma delle società di capitali, lezioni di diritto commerciale, Padova, 2004, 115 e ss. Per l’inammissibilità dell’adozione del metodo di amministrazione disgiuntiva o congiuntiva a maggioranza nella s.p.a., si veda, tra gli altri, Cagnasso, L’amministrazione collegiale e la delega, in Tratt. soc. per azioni diretto da G.E. Colombo e G.B. Portale, 4, Torino, 1991, 253.


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4

Cfr. QUATRARO, L’amministrazione delle società, I regimi previsti dalla riforma, in AA.VV., La riforma del diritto societario a cura di A. Danovi, Quaderni di Riv. dei dottori commercialisti, Milano, 2003, 108, parla di società a “geometria variabile”; v. anche, tra gli altri, AA.VV., Manuale di diritto commerciale, a cura di BUONOCORE, Torino, 2006, 347 ss.


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5

Ancora, si veda JAEGER, La responsabilità degli amministratori e dei sindaci nelle procedure concorsuali: una valutazione critica, in Giur. comm., 1998, I, 548.


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6

Come è noto, quest’ultima condizione, in particolare, è spesso di difficile dimostrazione sotto il profilo probatorio. Ed infatti le curatele fallimentari non riuscono nella dimostrazione del nesso causale fra il danno cagionato e il comportamento dei sindaci. Cfr. R. RORDORF, La responsabilità civile degli amministratori di s.p.a. sotto la lente della giurisprudenza (II parte), in Società, 2008, 132.


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7

Cfr. G.E. COLOMBO, Amministrazione e controllo, cit., 231, il quale esclude che il richiamo all’art. 2258 riguardi anche il suo 2° co; F. PARRELLA, Commento sub art. 2475, in La riforma, cit., 106, nota 21, sembra negare la possibilità di adottare il criterio di calcolo sancito dall’art. 2258, 2° co. Secondo ABRIANI, Amministrazione e controlli, cit., 215, l’adattamento delle disposizioni contenute negli artt. 2257 e 2258, deve intendersi nel senso che la maggioranza debba essere calcolata in base al valore delle quote sociali e non in base alle quote di partecipazioni agli utili che potrebbero differire dalle prime.


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8

In tema BONELLI, Art. 146 l.f.: l'azione di responsabilità del curatore contro gli amministratori di s.p.a., in Giur.comm., 1982, I, 782; Gaffuri, sub art. 146 l.fall., Codice del Fallimento, a cura di Bocchiola - Paluchowski, Milano, 2009, 1607; VITALONE, Le azioni di responsabilità, Il diritto processuale del fallimento, Torino, 2008, 345, per il quale trattasi di un'unica azione disciplinata dall'art. 146 l. fall.; LO CASCIO, La riforma della società a responsabilità limitata e le procedure concorsuali, in Fall., 2005, 242.


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9

Tra gli altri, G. FERRI, Manuale di diritto commerciale, Torino, 1986, 387 e ss,.; FERRARA JR., CORSI, Gli imprenditori e le società, Milano, 1987, 506 e ss; F. GALGANO, Diritto commerciale – Le società, Bologna - Roma, 2001, 326 e ss; F: DI SABATO, Manuale delle società, Torino, 2001, 414 e ss; G. F. CAMPOBASSO, Diritto commerciale 2. Diritto delle società, Torino, 2002, 317.


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10

Si legga GUERRERA, La società di capitali come formula organizzativa dei servizi pubblici locali dopo la riforma del diritto societario, in Le Società, 2005, 683; MANCINELLI, Principi di corretta amministrazione e patrimonio sociale: evoluzione dei controlli?, in Le Società, 2005, 549. Cfr. BONAZZA, Conflitto di interessi dell’ amministratore: conferma o revirement della giurisprudenza della Suprema Corte?, in Dir. fall., 1999, II, 1032; BORGIOLI, La delega di attribuzioni amministrative, in Riv. soc., 1981, 17; BUSANI, Attribuzione di deleghe in via disgiunta a una pluralità di amministratori (nota a Trib. Parma 16 giugno 2000 - decr.), in Le Società, 2000, 1216; CAGNASSO, Obbligo di rendiconto e responsabilità dell’amministratore investito di potere delegato, in Giur. comm., 1977, II, 660.


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11

La dottrina, che è fondamentale per la corretta applicazione dei Principi Contabili, esclude la capitalizzazione per i costi relativi all’attività di ricerca pura, definita “ricerca di base”, necessaria per mantenere il livello della conoscenza e delle competenze dell’impresa al passo con quelle del settore, ammettendo tutti gli altri costi di ricerca (rif. Pag. 229 – “Summa Bilancio 2010” – Edito da Il Sole 24 Ore). Per quanto riguarda invece la condizione di “realizzabilità del progetto” prevista dal P.C. OIC 14, tale assunto è frutto di stima altamente soggettiva e assai raramente l’azienda è in grado di stabilire preventivamente l’assoluta certezza di successo. (rif. Pag. 1341 – “Codice Civile – norme tributarie principi contabili” – Riccardo Bauer – Edito da Novecento Media – 2010). O per lo meno questo non può essere definito e stabilito nell’immediatezza. Gli amministratori, così come segnalato nella relazione sulla gestione al bilancio al 31 dicembre 2007, ribadiscono, infatti, la continuazione del progetto “Piatti Pronti”, che aveva, a detta degli amministratori, già effettuato la presentazione del progetto e dei prodotti alla fiera di Chicago (USA). Anche per la condizione di “recuperabilità dei costi con i ricavi futuri”, tale valutazione è di carattere estremamente soggettivo ed aleatorio; una valutazione di tale genere sottintende una profonda conoscenza del settore industriale e del mercato in cui l’azienda opera, nonché spesso, la conoscenza di eventuali trattative che l’azienda sta svolgendo per rendere in futuro possibile la collocazione di un prodotto (il risultato del progetto) non ancora esistente e disponibile (rif. Pag. 1342 – “Codice Civile – norme tributarie principi contabili” – Riccardo Bauer – Edito da Novecento Media – 2010). Tra l’altro, con la sentenza n. 22786 del 23 ottobre 2006, la S.C. ha confermato la possibilità di dedurre dal reddito imponibile come oneri pluriennali le spese per l’attività di ricerca e di sperimentazione di un prodotto anche quando il prodotto grezzo vada perduto senza avere un valido risultato commerciale.


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12

Cfr. DE ANGELIS, Amministrazione e controllo nella società a responsabilità limitata, in Riv. soc., 2003, 485.


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13

Cfr. F. TASSINARI, Nuova s.r.l., competenza per la gestione dell’impresa e autonomia statutaria, in Dir. fall., 2004, I, 558 ss. Più in generale in materia di derogabilità statutaria cfr. G. LAURINI, Autonomie e controllo di legalità dopo la riforma delle società di capitali, in Riv. not., 2004, I, 15 ss. Così anche ABRIANI, in AA.VV., Diritto delle società, III ed., Milano, 2006, 319; AMBROSINI, Commento all’art. 2476, in Società di capitali. Commentario, a cura di G. Niccolini, A. Stagno d’Alcontres, III, Napoli, 2004, 1587; BUTA, I diritti di controllo del socio di s.r.l., in Il nuovo diritto delle società. Liber amicorum Gian Franco Campobasso, IIl, Torino, 2007, 617 s.; CAGNASSO, La società a responsabilità limitata, Padova, 2007, 253; M. MENICUCCI, Il “contenuto” del controllo del socio nella società a responsabilità limitata, in Giur. comm., 2007, 161 s.; P. MENTI, Commento all’art. 2476, in Commentario breve al codice civile, a cura di G. Cian, VIII ed., Padova, 2007, 2914; G.C.M. RIVOLTA, Introduzione a un dibattito sulla nuova società a responsabilità limitata, in Le grandi opzioni della riforma del diritto e del processo societario, a cura di G. Cian, Padova, 2004, 302.


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14

(Cass. civ. 28 maggio 1998 n. 5287, in Giur. comm., 1998, I, 3113).


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15

SCHIUMA, Commento sub art. 2409-octies, in M. Sandulli, V. Santoro (a cura di), La riforma delle società, 2/I, Torino, 2003, 642 e ss. il quale ritiene invece congenito un certo grado di condizionamento nel sistema monistico, tra gli altri, VALENSISE, Commento sub art. 2409- sexiesdecies, in La riforma, 2/I, 670 e ss. e 721 e ss., cui si rinvia altresì per una più approfondita lettura dei due istituti in commento.


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16

In materia si veda G. CAVALLI, I sindaci, in Tratt. soc. per az., diretto da G.E. Colombo e G.B. Portale, 5 Torino, 1988, 3 e ss.


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17

Conf. LEONE, L'azione di responsabilità del curatore fallimentare: profili generali, in Società, 2007, 86.


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18

Cfr., JAEGER, La responsabilità degli amministratori e dei sindaci nelle procedura concorsuali: una valutazione critica, in Fall., 1989, 969)


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19

In tema BONAVERA, Rapporto tra amministratori e società: parasubordinazione e rito applicabile (nota a Cass. 7 marzo 1996, n. 1793), in Le Società, 7/1996, 797; BORGIOLI, Rassegna di diritto societario (1977-1980) - Amministratori, in Riv. soc., 1984, 1245.


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20

Si veda MACRÌ, A proposito di rapporto amministratori-società: la c.d. parasubordinazione (nota a Cass. 14 dicembre 1994, n. 10680), in Le Società, 5/1995, 635; MANFEROCE, La proposta di V Direttiva CEE (tavola rotonda organizzata dalla rivista Le Società, intervento), in Le Società, 2/1985, 166; MARZIALE, La proposta di V Direttiva CEE sull’armonizzazione del diritto delle società: il fondamento giuridico e l’impatto sull’ordinamento italiano (intervento alla tavola rotonda su “La proposta di V Direttiva CEE”, organizzata dalla rivista Le Società), in Le Società, 2/1985, 121; MENGHI, La cauzione degli amministratori dopo l’abrogazione dell’art. 2387, Codice civile, in Giur. comm., 1986, I, 597.


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21

Cfr. ROCCO DI TORREPADULA, La responsabilità degli amministratori nel fallimento della società a responsablità limitata, in Fall., 2006, 1464; PROTO, L'azione di responsabilità dei creditori sociali nelle s.r.l., in Fall., 2005, 692; RONDINONE, La responsabilità per l'incauta gestione dell'impresa in crisi tra vecchio e nuovo diritto societario, in Fall., 2005, 54.


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22

SPADA, L’amministrazione nelle società a responsabilità limitata dopo la riforma organica del 2003, in G. SCOGNAMIGLIO (a cura di), Profili e problemi dell’amministrazione nella riforma delle società, Milano, 2003, 11; CAGNASSO, Dell’amministrazione della società e dei controlli, sub. art. 2475-2475-bis, in Il nuovo diritto societario, Commentario diretto da G. Cottino, G. Bonfante, O. Cagnasso, P. Montalenti, Torino, 2004, artt. 2409-bis- 2483 c.c.; ID. Ambiti e limiti dell’autonomia concessa ai soci della “nuova” società a responsabilità limitata, in Società, 2003, 368; nonché A. BUSANI, La riforma delle società e dei bilanci, le nuove regole per s.p.a. e s.r.l., Milano, 2003, 94 e ss.; ID. La riforma delle società- s.r.l., Milano, 2003, 406 e in C. CACCAVALE, F. MAGLIULO, M. MALTONI, F. TASSINARI, La riforma della società a responsabilità limitata, in Notariato e nuovo diritto societario, collana diretta da G. Laurini, Milano, 2004, 332.


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23

Nella manualistica: V. ALLEGRI, L. CALVOSA, A. CERRAI, F. D’ALESSANDRO, S. FORTUNATO, G. GRIPPO, A. MAFFEI ALBERTI, V. MANCINI, G. PARTESOTTI, A. PIRAS, G. SCOGNAMIGLIO, G. VOLPE PUTZOLU, G. ZANARONE, Diritto commerciale, IV ed., Bologna, 2004, 312 e ss; ASSOCIAZIONE DISIANO PREITE, Il diritto delle società, a cura di G. Olivieri, G. Presti e F. Vella, Bologna, 2004, 275; G. LAURINI, Manuale breve della s.r.l. e delle operazioni straordinarie, Milano, 2004, 88; F. DI SABATO, Diritto delle società, Milano, 2005, 484 e ss.; ABRIANI, La società a responsabilità limitata - Decisioni dei soci, Amministrazione e controlli, in AA.VV., Diritto delle società di capitali (manuale breve), con prefazione di B. LIBONATI, Milano, 2006, 292 e ss. Più in generale, sul ruolo della riforma in materia di “governo” dell’impresa, cfr. C. ANGELICI, La riforma delle società di capitali, lezioni di diritto commerciale, Padova, 2004, 115 e ss.


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24

BRUTTI, Codici di comportamento e società quotate, in Giur. comm., 2007, 1200; BUONOCORE, Adeguatezza, precauzione, gestione, responsabilità: chiose sull’art. 2381, comma terzo e quinto, del codice civile, in Giur. comm., 2006, 238.


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25

BUSSOLETTI, Procedimento ex art. 2409 c.c.: nuove legittimazioni nel quadro dei controlli sulle società quotate, in Giur. comm., 2000, 21; CABRAS, L’amministratore - dipendente nelle società per azioni, in Cons. impresa, 1987, 456; CACCHI PESSANI, Corporate governance, sistema dei controlli e intermediari reputazionali negli Stati Uniti d’America, in Giur. comm., 2003, 139.


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26

MONTAGNANI , Diritto di informazione, controllo individuale e controllo giudiziario nelle società prive di collegio sindacale, in Riv. dir. civ. , 1983, I, 306.


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27

DALMOTTO, L'azione di responsabilità contro gli amministratori della società per azioni (artt. 2393 e 2393- bis c.c. novellati dal D.lgs. n. 6 del 2003), sub artt. 2393 e 2393 bis c.c., in COTTINO (diretto da), Il nuovo diritto societario, Bologna, 2004, 784.


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28

Si deve notare, in tema, come gli amministratori almeno trimestralmente e con le modalità prescritte dall’atto costitutivo, devono riferire ai sindaci sull’attività svolta. I dati e le informazioni fornite dagli amministratori devono essere oggetto di apposita verbalizzazione da parte del collegio sindacale ed in particolare devono riguardare: l’attività svolta dagli amministratori; le operazioni di maggior rilievo, economico, finanziario e patrimoniale effettuate dalla società o dalle società controllate; le operazioni in potenziale conflitto di interesse; le eventuali operazioni con parti correlate. Le informazioni richieste dall’art. 150, D.Lgs 58/98 possono essere rilasciate per iscritto con un apposito rapporto degli amministratori oppure verbalmente dagli stessi. In tal caso è opportuno che il collegio sindacale notifichi il proprio verbale agli amministratori chiedendo conferma del suo contenuto.


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29

Sulla necessità di garantire l’indipendenza dei sindaci quale presupposto indefettibile del regolare esercizio della funzione di controllo e sugli strumenti utilizzati a tal fine, nonchè sul reale significato che può attribuirsi al concetto, in un sistema di controlli nel quale la nomina degli organi viene compiuta da parte della stessa società, M. FRANZONI, Gli amministratori e i sindaci, in Le Società - Trattato diretto da F. Galgano, Torino, 2002, 527 e ss.


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30

Cassazione civile sez. I 4 aprile 2011, n. 7606.


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31

Cfr., BONFATTI-CENSONI, Manuale di diritto fallimentare, Padova, Cedam, 2007, 588 ss.; PICCIAU, Commento agli artt. 2393-2393-bis e 2394-bis, in Commentario alla riforma delle società, a cura di Ghezzi, Milano, Egea, 2005, 645.


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32

In tema TERRANOVA, Effetti del fallimento sugli atti pregiudizievoli ai creditori, in Commentario Scialoja-Branca: a cura di Bricola, Galgano e Santini, Bologna-Roma, Zanichelli, 1993, 52.


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33

Cfr., Cass. I, 8 aprile 2009, n. 8516.


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34

Si veda Cass., 29 ottobre 2008, n. 25977. Cfr. in tema si veda CRESCENZO, L'azione di responsabilità nei confronti di amministratori e sindaci di società fallite, in Il Fallimento e la altre procedure concorsuali, diretto da Panzani, IV, Torino, Utet, 2000, 364.


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35

Cfr. in arg. G. MINERVINI, Le funzioni del collegio sindacale. Questioni vecchie, questioni nuove, in Le Società, 6/2000, 649; G. OLIVIERI, Le funzioni di sindaco e di revisore delle società commerciali nell’ordinamento della professione di dottore commercialista, in Riv. dott. comm., 1978, 799; SALAFIA, Il collegio sindacale: dalle società quotate alle società ordinarie, in Le Società, 3/2000, 269; M. SANDULLI, Sui poteri del Collegio sindacale, in Riv. not., 1977, 1152.


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36

Cfr. Trib. Milano, 11 maggio 2004.


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37

MALAVASI, L’azione di responsabilità ex art. 2476 c.c. e litisconsorzio necessario della società, in Le Società , 2008, 1435 ss.; PICCIAU, Commento all’art. 2476, in AA.VV., Codice civile commentato, a cura di Alpa, Mariconda, 2a ed., Milano, 2009, 2199 ss.; SALVATO, Profili della disciplina della responsabilità degli amministratori della s.r.l., in Le Società, 2009, 705 ss.; SANGIOVANNI, Responsabilità degli amministratori e corresponsabilità dei soci nella s.r.l., in Danno resp., 2008, 13 ss.; SANGIOVANNI, La responsabilità degli amministratori di s.r.l. verso la società, in Contr. impr., 2007, 693 ss.


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38

A conclusione si riporta la seguente sentenza: Nel caso di esercizio dell’azione di responsabilità nei confronti dei sindaci di una società di capitali, sottoposta a procedura concorsuale (nella specie a liquidazione coatta amministrativa), il danno loro imputabile non può essere identificato nella differenza tra attivo e passivo accertato in sede concorsuale, sia in quanto lo sbilancio patrimoniale della società insolvente può avere cause molteplici, non tutte riconducibili alla condotta illegittima dell’organo di controllo, sia in quanto questo criterio si pone in contrasto con il principio civilistico che impone di accertare l’esistenza del nesso di causalità tra la condotta illegittima ed il danno. Tuttavia, il criterio ancorato alla differenza tra attivo e passivo può costituire un parametro di riferimento per la liquidazione del danno in via equitativa, qualora sia stata accertata l’impossibilità di ricostruire i dati con la analiticità necessaria per individuare le conseguenze dannose riconducibili al comportamento dei sindaci, ma, in tal caso, il giudice del merito deve indicare le ragioni che non hanno permesso l’accertamento degli specifici effetti pregiudizievoli riconducibili alla condotta dei sindaci, nonché, nel caso in cui la condotta illegittima non sia temporalmente vicina alla apertura della procedura concorsuale, la plausibilità logica del ricorso a detto criterio, facendo riferimento alle circostanze del caso concreto. Cassazione civile sez. I 8 febbraio 2005, n. 2538.

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