FinTech, Fiscalità finanziaria
26/04/2018

Bitcoin e fisco: l’Agenzia delle entrate alla ricerca di un difficile equilibrio

di Stefano Massarotto, Studio Tributario Associato Facchini Rossi & Soci

Del regime fiscale delle criptovalute ed delle ICOs parlerà il dott. Stefano Massarotto nel Convegno del 31 maggio a Milano su blockchain e criptovalute. Per maggiori informazioni cfr. contenuti correlati.

Le valute virtuali (o criptocurrencies)[1], la più conosciuta delle quali è il bitcoin[2], sono assimilate fiscalmente alle valute estere, e i borsellini elettronici (cd. digital wallets) sono assimilati ad un deposito.

Con questa risposta dell’Agenzia delle entrate all’interpello 956-39/2018, viene superata la risoluzione n. 72/E/2016 e viene precisato che: i) le plusvalenze derivanti dalle valute virtuali sono tassate al pari delle valute estere; ed inoltre ii) le medesime valute virtuali devono essere indicate nella dichiarazione dei redditi nell’apposito quadro RW.

Ma andiamo con ordine.

Il fenomeno delle valute virtuali, oramai oggetto di una costante attenzione mediatica, investe, nella sua ascesa dirompente, categorie giuridiche consolidate, sollevando rilevanti interrogativi sulla qualificazione di tali prodotti innovativi ai fini delle imposte sia dirette che indirette[3].

In quest’ambito, con la risoluzione 2 settembre 2016, n. 72/E, l’Agenzia delle entrate aveva precisato che, in assenza di una specifica normativa applicabile al sistema delle valute virtuali, la sentenza della Corte di Giustizia UE emanata il 22 ottobre 2015 (causa C-264/14) – che ha equiparato, ai fini IVA, le valute virtuali alle altre valute aventi corso legale –, doveva necessariamente costituire un punto di riferimento sul piano del trattamento tributario da riservare alle valute virtuali.

Tuttavia, con riferimento alle persone fisiche che, al di fuori dell’esercizio di arti e professioni o di imprese commerciali, avevano effettuato investimenti in valute virtuali, la risoluzione n. 72/E del 2016 aveva precisato che la loro compravendita non comporta(va), in capo alle persone fisiche, l’emersione di reddito imponibile in quanto “le operazioni a pronti (acquisti o vendite) di valute non generano redditi imponibili mancando la finalità speculativa”.

Orbene, tale conclusione, a nostro avviso, non poteva (e non può) ritenersi pienamente soddisfacente, potendosi risolvere, di fatto, in un’esenzione da tassazione per le attività (non svolte in regime di impresa) di trading in valute virtuali.

Ed invero, una volta intrapresa la strada dell’assimilazione delle valute virtuali alle valute estere, la risoluzione sarebbe potuta giungere a ricondurre i digital wallets nell’ambito del concetto di deposito o conto corrente, valorizzandone le affinità sotto il profilo funzionale, secondo una chiave interpretativa già adottata dal Comitato IVA nell’ambito del Working Paper n. 892 del 2016, successivo alla sentenza C-264/14. In tale sede, il Comitato, interrogandosi sull’inquadramento ai fini IVA del servizio di fornitura dei digital wallet, ha sostanzialmente assimilato tale servizio all’apertura di un conto bancario.

Assimilazione che, invece, è stata fatta propria dalla risposta dell’Agenzia delle entrate all’interpello 956-39/2018, così precisando – rectius, superando – il precedente documento di prassi.

Così facendo trova ingresso l’art. 67, comma 1, lett. c-ter), TUIR che, nell’ambito dei redditi diversi di natura finanziaria, attribuisce rilevanza a talune fattispecie per le quali è presunta ex lege una finalità d’investimento finanziario[4]. In particolare, ai sensi della citata lett. c-ter):

  1. le cessioni a termine sono sempre rilevanti, indipendentemente dalla situazione possessoria del soggetto cedente;
  2. quelle a pronti sono invece rilevanti a condizione che le valute estere cedute siano “rivenienti da depositi o conti correnti” e “la giacenza dei depositi e conti correnti complessivamente intrattenuti dal contribuente (…) sia superiore a euro 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi consecutivi”. Inoltre, per espressa previsione normativa (ultimo periodo del comma 1-ter) del citato art. 67), viene equiparato alla cessione a titolo oneroso il prelievo della valuta estera dal deposito o dal conto corrente, posto che “una volta che la valuta sia uscita dal conto corrente o dal deposito, non è più possibile stabilire se e quando è stata successivamente ceduta”[5].

Pertanto, qualora l’investitore abbia maturato una situazione possessoria qualificata (i.e. euro 51.645,69 per almeno sette giorni lavorativi consecutivi), il prelievo di valuta virtuale da portafogli elettronici (sia per finalità di investimento sia per fini speculativi) sarà oggetto di tassazione quale reddito diverso di natura finanziaria.

Per quanto riguarda la disciplina del monitoraggio fiscale, si rileva che l’art. 4 del D.L. 28 giugno 1990, n. 167, impone a taluni contribuenti, tra cui le persone fisiche, di indicare nella dichiarazione dei redditi, nell’apposito quadro RW, “gli investimenti all’estero ovvero attività estere di natura finanziaria, suscettibili di produrre redditi imponibili in Italia”.

L’ambito di applicazione oggettivo del monitoraggio fiscale è molto ampio: sulla base di quanto precisato dalle Istruzioni alla compilazione del modello di dichiarazione dei redditi Modello UNICO, le “valute estere” rappresentano “attività estere di natura finanziaria” che, salvo i casi di esonero espressamente previsti, sono oggetto di un obbligo dichiarativo, a prescindere dal luogo di detenzione (in Italia o all’estero)[6].

Alla luce di quanto rappresentato, ne consegue che i bitcoin, intesi come “valute estere”, rientrano nel campo di applicazione degli obblighi di monitoraggio fiscale. In quest’ambito, la stessa Agenzia delle entrate precisa, infatti, che “alle valute virtuali si rendono applicabili i principi generali che regolano le operazioni aventi ad oggetto valute tradizionali”; ciò detto, desta qualche perplessità che la stessa Amministrazione finanziaria ritenga che le valute virtuali debbano essere classificate non quali “valute estere da depositi e conti correnti” (codice 5), ma quali “altre attività estere di natura finanziaria” (codice 14).

L’agenzia precisa infine che le valute estere non sono soggette all’imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero (IVAFE), disciplinata dall’art. 19, commi 18 ss., del D.L. n. 201 del 6 dicembre 2011.

Il chiarimento dell’Amministrazione finanziaria è del tutto condivisibile: l’IVAFE si applica, per quanto qui interessa, ai “prodotti finanziari”, la cui definizione è contenuta nel Testo Unico della Finanza (art. 1, comma 1, lett. u), del D.Lgs. 24 febbraio 1998, n. 58) ed include gli “strumenti finanziari” e “ogni altra forma di investimento di natura finanziaria”; dalla categoria degli strumenti finanziari sono espressamente esclusi gli strumenti di pagamento.

L’assoggettamento a IVAFE potrebbe peraltro derivare dall’assunto che le valute virtuali siano detenute su un conto corrente, per effetto dell’ulteriore assimilazione – come già evidenziato in precedenza – tra conto correnteedigital wallet: sul punto l’Agenzia chiarisce che l’IVAFE “si applica ai depositi e conti correnti esclusivamente di natura “bancaria” (cfr. circolare 2 luglio 2012, n. 28/E)”.

Molti dubbi permangono: nel contesto odierno è sempre più sentita l’esigenza di un adeguamento della fiscalità all’evoluzione dei mercati finanziari, superando così le lacune di regolamentazione fiscale con riferimento ai nuovi strumenti finanziari, che hanno l’effetto di creare incertezza sia per gli operatori finanziari che per i risparmiatori.




[1] Secondo l’ormai nota definizione data dall’European Banking Authority (EBA), Opinion on “Virtual Currencies”, 4 luglio 2014,le valute virtuali sono definite come “a digital representation of value that is neither issued by a central bank or public authority nor necessarily attached to a fiat currency, but is used by natural or legal persons as a means of exchange and can be transferred, stored or traded electronically”. Con il D.Lgs. 25 maggio 2017, n. 90, il legislatore ha modificato le definizioni contenute nell’art. 1 del D.Lgs. 21 novembre 2007, n. 231, inserendovi le nozioni di “valuta virtuale” e di “prestatori di servizi relativi all’uso di valuta virtuale”, quali operatori destinatari degli obblighi della normativa antiriciclaggio. In dottrina, l’intervento normativo è considerato come una conferma della natura monetaria delle valute virtuali, cfr. L. D’agostino, Operazioni di emissione, cambio e trasferimento di criptovaluta: considerazioni sui profili di esercizio (abusivo) di attività finanziaria a seguito dell’emanazione del D.Lgs. n. 90 del 2017, in Riv. dir. banc., n. 1 del 2018, p. 1 ss.

[2] Come è noto, la nascita di bitcoin è avvolta da un’aura misteriosa: pare risalire ad una idea di un anonimo – conosciuto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto – che qualche mese dopo la dichiarazione di fallimento della banca Lehman Brothers pubblica ilpaper bitcoin: a peer-to-peer electronic cash system”, ove si afferma che “apurely peer-to-peer version of electronic cash would allow online payments to be sent directly from one party to another without going through a financial institution”.

[3] Per una più diffusa analisi, ci sia consentito di rinviare a Stefano Massarotto e Vincenzo Maiese, I bitcoin e le altre valute virtuali: regime fiscale e orientamenti interpretativi in ambito comunitario e nazionale, in Rivista della Guardia di Finanza, n. 2/2018, di prossima pubblicazione.

[4] Cfr. la Relazione ministeriale a commento dell’art. 3 del D.Lgs. 21 novembre 1997, n. 461, che ha riordinato la disciplina tributaria dei redditi di capitale e dei redditi diversi di natura finanziaria.

[5] Cfr. Circolare del Ministero delle Finanze del 24 giugno 1998, n. 165/E, par. 2.2.3.

[6] Cfr. altresì le Circolari dell’Agenzia delle Entrate 13 settembre 2010, n. 45/E (paragrafo 2.1) e 23 dicembre 2013 n. 38/E (paragrafo 1.3.1).

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