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Fallimento e procedure concorsuali
19/11/2018

Omologazione del “piano del consumatore”: il controllo di meritevolezza deve estendersi alla corretta valutazione da parte della banca del merito creditizio ex art. 124-bis t.u.b.

Tribunale di Forlì, 19 luglio 2018 e 20 agosto 2018 - G.U. Vacca

Massima

Il Tribunale, nel respingere l’opposizione al piano del consumatore avanzata da un intermediario creditore, ha precisato che il controllo di meritevolezza, richiesto dall’art. 12-bis l. 3/2012 ai fini dell’omologa, non può prescindere dalla valutazione del contegno tenuto dal finanziatore al momento dell’erogazione, alla luce dell’obbligo di verifica del merito creditizio della clientela ai sensi dell’art. 124-bis t.u.b.

Commento

Ai sensi dell’art. 12-bis l. 3/2012, per procedere all’omologa del piano del consumatore, il giudice è chiamato non soltanto a verificare la fattibilità del piano e l’idoneità dello stesso ad assicurare il pagamento dei crediti impignorabili e di quelli di cui all’art. 7, comma 1, terzo periodo, ma anche a valutare la meritevolezza del debitore, vale a dire che le obbligazioni pendenti non siano state assunte senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere o che il sovraindebitamento non sia stato colposamente determinato da un ricorso al credito sproporzionato rispetto alle proprie capacità patrimoniali.

In questo esame complessivo, non bisogna fermarsi all’osservazione della condotta della persona sovraindebitata. Occorre guardare anche dall’altra parte, cioè dal lato del creditore, per sgomberare il campo da dubbi su un suo possibile ruolo nella determinazione o nell’aggravamento dello stato di crisi della persona. Per i creditori bancari, l’art. 124-bis t.u.b. impone che «prima della conclusione del contratto di credito, il finanziatore valuta il merito creditizio del consumatore […]». Si tratta di un presidio della sana e prudente gestione, ma che si presta molto bene a svolgere un ruolo di rete di protezione della clientela. Il problema è che la violazione di questa disposizione non espone l’intermediario ad alcuna conseguenza sanzionatoria sul piano civilistico, a differenza di quel che accade in Francia, dove, ai sensi dell’art. L-341-2 del codice del consumo (Ordonnance n. 2016-301 del 14 marzo 2016), l’ipotesi della mancata o lacunosa valutazione del merito creditizio del cliente comporta il venir meno, in tutto o in parte, del diritto del finanziatore a esigere gli interessi.

Una parte della giurisprudenza, in particolare il Tribunale di Forlì con i due decreti allegati, con spiccato senso di equilibrio ritiene di potersi servire dell’art. 124-bis t.u.b. nell’interpretazione dell’art. 12-bis l. 3/2012, cercando di pervenire a una soluzione ragionevole del problema dell’equa ripartizione di benefici e sacrifici in corrispondenza di una conclamata crisi da sovraindebitamento.

Tenendo fermo che il giudizio circa l’ammissibilità e l’omologabilità del piano è rimesso unicamente alla valutazione del giudice, non essendo prevista la deliberazione del ceto creditorio ma soltanto una comunicazione preventiva, in presenza di contestazioni sulla convenienza del piano, l’omologa è possibile a condizione che si accerti che il credito possa essere soddisfatto in misura non inferiore all’alternativa liquidatoria ex art. 14-ter e ss. della medesima legge.

Entrambi i decreti di omologa emessi del Tribunale di Forlì (del 19 luglio e del 20 agosto 2018) hanno tratto origine, appunto, dalle opposizioni formulate da alcuni degli intermediari. In risposta alle contestazioni mosse dalle banche creditrici, il Tribunale è tornato a soffermarsi sulla convenienza economica della proposta di piano e sulla sussistenza degli ulteriori requisiti per la sua omologazione: su tutti, la meritevolezza.

Non c’è dubbio – osserva il Giudice romagnolo – che i consumatori, in entrambi i casi, si siano eccessivamente esposti nei confronti del ceto bancario e finanziario, ma lo hanno fatto perché spinti «da stringenti necessità familiari e non ludico-edonistiche». Altrettanto nitidamente, sono emerse condotte nient’affatto diligenti da parte delle società finanziarie nella fase dell’erogazione del credito. Le pretese economiche delle due società opponenti, per le quali il piano prevedeva una falcidia a circa il 10%, derivavano da finanziamenti erogati «con assoluta superficialità e in violazione di quanto previsto dall’art. 124-bis t.u.b.». Conclude il Tribunale che, ove gli istituti finanziatori avessero «adeguatamente valutato il merito creditizio del debitore», avrebbero dovuto negare l’erogazione di altro credito.

Nel primo dei due casi (decreto 19 luglio 2018), all’epoca della conclusione dei nuovi contratti di finanziamento, cioè nel 2017, era in corso di ammortamento un mutuo ipotecario per la casa di abitazione, con rata mensile di € 661, e una cessione del quinto dello stipendio con una trattenuta di € 250 mensili: disposizione del lavoratore salariato e della sua famiglia non rimanevano che € 600, una somma «chiaramente insufficiente al mantenimento di un nucleo familiare di tre persone monoreddito», figurarsi per onorare regolarmente gli impegni derivanti da due nuovi contratti di finanziamento (uno dei quali riportante un TAN del 12,60%!).

Anche nel secondo caso la situazione di sovraindebitamento era principalmente legata alla sopravvenuta onerosità di un contratto di mutuo ipotecario per l’acquisto dell’abitazione, passato dapprima (nel 2008) in surroga ad altra banca e poi ulteriormente rinegoziato, «ogni volta – sottolinea il Giudice – con applicazione di spese e oneri per polizza assicurativa». Nel 2011 ha provveduto a un’ulteriore surroga, a condizioni migliorative. La perdita del lavoro del convivente e il sopraggiungere, nel 2013, di oneri condominiali non preventivati hanno contribuito a rendere estremamente gravosa la situazione debitoria. Nel tentativo di risollevarsi, la parte ha stipulato ben quattro contratti di finanziamento, due dei quali garantiti dal prelievo automatico di quote dello stipendio (gli unici per cui l’ammortamento sia proseguito senza interruzioni). In definitiva, dopo l’ultima surroga del mutuo nel 2011, tenuto conto dei due finanziamenti a suo tempo in corso di ammortamento, il reddito mensile della ricorrente era impegnato per un importo di € 1.231,86, con una quota disponibile di appena € 470, «chiaramente insufficiente al mantenimento anche di una sola persona».

La ricorrente si è ritrovata in condizioni «che avrebbero sconsigliato ogni ulteriore finanziamento per l’evidente incapacità del debitore di farvi fronte». Pertanto, «pur in presenza di un ricorso al credito in misura certamente non proporzionata alle proprie capacità patrimoniali», il giudicante ha ritenuto «di non poter escludere la sussistenza del requisito di meritevolezza» attesa la negligenza dei soggetti finanziatori nell’erogazione di credito.

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