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Banca e Finanza - Antiriciclaggio
08/10/2018

Auto-riciclaggio e limiti alla non punibilità per utilizzo o godimento personale

Cassazione Penale, Sez. II, 07 giugno 2018, n. 30399 - Pres. Piercamillo, Rel. Rago

Integra il reato di auto-riciclaggio colui che, dopo averlo “ripulito”, utilizza il denaro proveniente da delitto per estinguere un finanziamento e quindi per adempiere la propria obbligazione non trovando in tal caso applicazione l’ipotesi di esclusione della punibilità di cui al comma IV dell’art. 648 ter c.p.

Infatti la clausola di non punibilità prevista nell’art. 648 ter 1 c.p., comma 4 che recita “Fuori dei casi di cui ai commi precedenti, non sono punibili le condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla mera utilizzazione o al godimento personale” va intesa ed interpretata nel senso fatto palese dal significato proprio delle suddette parole. Di conseguenza, l’agente può andare esente da responsabilità penale solo e soltanto se utilizzi o goda dei beni proventi del delitto presupposto in modo diretto e senza che compia su di essi alcuna operazione atta ad ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.

La Corte di Cassazione con la sentenza in epigrafe indicata chiarisce la portata applicativa della causa di non punibilità prevista dall’ultimo comma dell’art. 648 ter 1 c.p in relazione al reato di auto-riciclaggio sancendo che l’agente va esente da responsabilità penale solo se utilizza e gode dei beni del delitto presupposto in modo diretto senza compiere su questi alcuna operazione tesa a ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.

Comments

giurisprudenza/banca-e-finanza/antiriciclaggio/auto-riciclaggio-e-limiti-alla-non-punibilita-utilizzo-o-godimento-personale

IN EFFETTI ......

VDS. --------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Fondamentale scrutinio esegetico della Cassazione Penale a proposito della “clausola di non punibilità”, prevista dal 4 comma dell’articolo 648 ter 1 c.p. (autoriciclaggio).------------------------------------------------------------------ ------------------------------------------------------------------------------------ Cassazione penale, sez. II, sent. n. 30399, dep. 05/07/2018.---------------------- di Donato Giovenzana – Legale d’impresa---DELL'8 LUGLIO 2018-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Per la Suprema Corte la clausola di non punibilità prevista nell’art. 648 ter c.p., comma 4, a norma della quale “Fuori dei casi di cui ai commi precedenti (….)” va intesa ed interpretata nel senso fatto palese dal significato proprio delle suddette parole e cioè che la fattispecie ivi prevista non si applica alle condotte descritte nei commi precedenti. Di conseguenza, l’agente può andare esente da responsabilità penale solo e soltanto se utilizzi o goda dei beni proventi del delitto presupposto in modo diretto e senza che compia su di essi alcuna operazione atta ad ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Infatti, secondo gli Ermellini, la norma in questione prevede un peculiare caso di non punibilità che, limitando in negativo la fattispecie criminosa di cui al comma 1, ad essa si affianca contribuendo a definirne, in modo più chiaro, l’ambito di operatività. Ed invero il comma 4 dispone la non punibilità delle condotte “per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinate alla mera utilizzazione o al godimento personale“. E’ del tutto evidente la differenza rispetto alla condotta del comma 1 che sanziona, invece, la reimmissione nel circuito economico legale dei proventi illeciti: il comma 4, a differenza del comma 1, prevede la “destinazione” alla “mera utilizzazione o al godimento personale“.---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Detta norma sottintende:-------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- 1)un uso diretto – da parte dell’agente – dei beni provento del delitto presupposto: ciò può agevolmente desumersi dall’aggettivazione (“mera”:rectius: semplice; “personale”) dei due sostantivi (“utilizzazione”; “godimento”) che non lascia spazio ad alternative. Di conseguenza, non rientra nella fattispecie in argomento una condotta a seguito della quale l’agente utilizzi i beni in modo indiretto, come, ad esempio, il godimento personale di un bene provento del delitto presupposto che, anziché essere goduto o utilizzato personalmente (quindi, direttamente), sia stato, prima di essere utilizzato,sottoposto ad operazioni di riciclaggio che ne abbiano concretamente ostacolato l’identificazione della provenienza delittuosa; -------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- 2)l’assenza di qualsiasi attività concretamente ostacolativa dell’identificazione della provenienza delittuosa del bene. Infatti se l’agente – per non essere punibile – deve limitarsi a “destinare” direttamente i beni provento del delitto presupposto a sue esigenze “personali”, ne consegue che tale condotta, conseguente a quella del delitto presupposto,non può e non dev’essere caratterizzata da comportamenti decettivi proprio perchè l’agente non avrebbe alcuna necessità “giuridica” di ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa del bene che utilizza.------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Con l’introduzione del nuovo reato di autoriciclaggio – precisa la Suprema Corte – il legislatore ha ritenuto di conservare per l’autoriciclatore una ristretta area di “privilegio” limitandola, appunto, ai due tassativi casi di cui al comma 4: mera utilizzazione e godimento personale dei beni provento dal delitto presupposto, con l’obiettivo di sterilizzare il profitto conseguito con il reato presupposto e, quindi, di impedire all’agente sia di reinvestirlo nell’economia legale sia di inquinare il libero mercato ledendo l’ordine economico con l’utilizzo di risorse economiche provenienti da reati. L’ubi consistam del reato di autoriciclaggio consiste, quindi, nel divieto di condotte decettive finalizzate a rendere non tracciabili i proventi del delitto presupposto, proprio perché, solo ove i medesimi siano tracciabili si può impedire che l’economia sana venga infettata da proventi illeciti che ne distorcano le corrette dinamiche. Sarebbe, quindi, paradossale consentire all’agente del reato presupposto di effettuare una tipica condotta di autoriciclaggio (rendere non tracciabile i proventi del reato) e, al contempo, consentirgli di usufruire della clausola di non punibilità. Pertanto la norma è chiara nella sua ratio: limitare la non punibilità ai soli casi in cui i beni proventi del delitto restino cristallizzati – attraverso la mera utilizzazione o il godimento personale – nella disponibilità dell’agente del reato presupposto, perché solo in tale modo si può realizzare quell’effetto di “sterilizzazione” che impedisce – pena la sanzione penale – la reimmissione nel legale circuito economico; ma, anche sicuramente opportuna proprio perché, con la tassativa indicazione dei casi di non punibilità, contribuisce a delimitare, in negativo, l’area di operatività di cui al comma 1 che, invece, descrive, in positivo, la condotta punibile.----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- VDS. PURE ---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- L’operatività della norma sull’autoriciclaggio---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- Corte di Cassazione, II sezione penale, sentenza n. 38422 depositata il 9 agosto 2018---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- di Donato Giovenzana – Legale d’impresa----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------- La Suprema Corte, con la sentenza de qua, sottolinea che la norma sull’autoriciclaggio punisce quelle attività di impiego, sostituzione o trasferimento di beni od altre utilità commesse dallo stesso autore del delitto presupposto che abbiano la caratteristica specifica di essere idonee ad “ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa”. Il legislatore richiede, pertanto, che la condotta sia dotata di particolare capacità dissimulatoria, sia cioè idonea a fare ritenere che l’autore del delitto presupposto abbia effettivamente voluto effettuare un impiego di qualsiasi tipo ma sempre finalizzato ad occultare l’origine illecita del denaro o dei beni oggetto del profitto; ipotesi questa non ravvisabile, invece, quando l’autore del delitto si limiti a goderne il profitto. La norma sull’autoriciclaggio, infatti, nasce dalla necessità di evitare le operazioni di sostituzione ad opera dell’autore del delitto presupposto e tuttavia il legislatore, raccogliendo le sollecitazioni provenienti dalla dottrina, secondo cui le attività dirette all’investimento dei profitti operate dall’autore del delitto contro il patrimonio costituiscono post factum non punibile, ha limitato la rilevanza penale delle condotte ai soli casi di sostituzione che avvengano attraverso la re-immissione nel circuito economico-finanziario ovvero imprenditoriale del denaro o dei beni di provenienza illecita finalizzate appunto ad ottenere un concreto effetto dissimulatorio, che costituisce quel quid pluris che differenzia la semplice condotta di godimento personale (non punibile) da quella di nascondimento del profitto illecito (e perciò punibile). Gli Ermellini non condividono, pertanto, l’assunto difensivo secondo cui la vendita del bene conseguito con la truffa presupposta sarebbe “l’unico modo per acquisire il profitto necessario” ad integrare il reato, né quello di cui al provvedimento impugnato, secondo cui limitare l’ambito di applicazione della norma incriminatrice all’impiego del provento di reato in attività economica lecita sarebbe necessario al fine di evitare che il reato costituisca una duplicazione sanzionatoria. Ed invero nella prospettazione accusatoria disattesa dal Tribunale del riesame, il profitto del reato di truffa viene acquisito dall’autore del reato già con l’apprensione del bene, sicché la re-immissione nel mercato dei valori bollati fraudolentemente ottenuti integra necessariamente un quid plurís rispetto al reato presupposto, già consumato, e la dissimulazione della provenienza dei beni costituisce l’ulteriore disvalore – rispetto al reato presupposto – della condotta di re-immessione nel mercato degli stessi. La Suprema Corte ribadisce che – anche in tema impiego di denaro, beni ed altre utilità di provenienza illecita, di cui all’art. 648-ter cod. pen. – la nozione di attività economica o finanziaria è desumibile dagli artt. 2082, 2135 e 2195 cod. civ. e fa riferimento non solo all’attività produttiva in senso stretto, ossia a quella diretta a creare nuovi beni o servizi, ma anche a quella di scambio e di distribuzione dei beni nel mercato del consumo, nonché ad ogni altra attività che possa rientrare in una di quelle elencate nelle menzionate norme del codice civile e questi sono i parametri da utilizzare anche per valutare la configurabilità del delitto di cui all’art. 648 ter 1 2 cod. pen. che, infatti, fa anch’esso riferimento alle medesime nozioni di attività economica o finanziaria.

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