Luca Erzegovesi
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Banche
26/06/2017

Il Decreto di salvataggio delle banche venete: una via d’uscita dal labirinto della BRRD

Luca Erzegovesi
Professore ordinario di economia degli intermediari finanziari all’Università di Trento

Con il decreto legge n. 99 del 25 giugno 2017 prende finalmente forma il piano per risolvere le crisi della Banca popolare di Vicenza e di Veneto Banca. Ritroviamo nel testo licenziato ieri dal Consiglio dei ministri le linee fondamentali già intercettate dalla stampa nei giorni precedenti: la messa in liquidazione coatta amministrativa delle due banche; la cessione delle parti sane della loro gestione al Gruppo Intesa San Paolo; la cessione in amministrazione del massiccio portafoglio di crediti deteriorati alla SGA, storico operatore che svolse la stessa funzione per il Banco di Napoli.

Il DL 99/2017 apre una via alternativa alla risoluzione con bail-in, che dal recepimento della direttiva BRRD con i D.Lgs. 180 e 181 del 2015 sembrava essere diventata il passaggio obbligato per l’uscita da situazioni di dissesto di una banca. Bene, con le deliberazioni prese venerdì sera dalla Banca Centrale Europea e dal Single Resolution Board questo mito delle crisi che si risolvono soltanto col pilota automatico della risoluzione è stato demolito, o almeno ridimensionato. La risoluzione impone di assorbire le perdite, e di ricostituire il capitale di una banca in dissesto con la riduzione e/o la conversione degli strumenti di capitale e del debito senior, a prescindere dalla praticabilità di un piano di risanamento e rilancio, o viceversa di cessazione, della sua attività.

Le Autorità di vigilanza europee hanno accettato che la parte sofferente delle banche venete venga messa in liquidazione coatta amministrativa, secondo il diritto bancario italiano. L’operazione ha un costo scoperto, e un solo soggetto era nella condizione di poterlo coprire: lo Stato italiano. Nella conferenza stampa di domenica pomeriggio, il Ministro Padoan ha sintetizzato così il conto per le finanze pubbliche: 4,8 miliardi di anticipazione di cassa alla banca cessionaria delle good bank, a cui si aggiungono circa 400 milioni quale fair value delle garanzie prestate dallo Stato sugli impegni delle banche in liquidazione, per un ammontare massimo di circa 12 miliardi di euro. La liquidazione assistita dal sostegno finanziario dello stato consente di evitare il bail-in del debito senior, che avrebbe creato disorientamento tra i possessori di obbligazioni bancarie.

Questo onere multimiliardario non si è formato per una scommessa sfortunata al tavolo da gioco. Per la parte preponderante, è la colata a valle del cattivo credito accumulato su un portafoglio di un ordine di grandezza superiore a 50 miliardi di euro. La seconda recessione seguita alla crisi del debito sovrano di fine 2011 è calata come una frana su questa massa di prestiti accumulata negli anni precedenti. Strette nel dilemma tra il ritirarsi (come facevano i gruppi maggiori) o continuare a presidiare il fronte, hanno scelto la strategia al momento più coraggiosa, ma anche più facile: hanno continuato a spingere le erogazioni per fare numeri, senza apprezzarne i rischi, o per tamponare i buchi già aperti, senza la capacità di accompagnare le imprese in difficoltà verso percorsi di ristrutturazione.

Come è andata a finire lo sappiamo. Crescita delle sofferenze, stretta regolamentare della Banking Union, premura di capitalizzarsi. A questi nuovi shock, le banche venete (quella di Vicenza più dell’altra) hanno risposto con gesti disperati, con l’apice toccato nell’abuso delle “azioni finanziate” (o baciate) per creare capitale fasullo e credito deteriorato in una sola mossa. Tenendo occultata parte della massa di sofferenze che nel frattempo continuava ad accumularsi.

Siamo arrivati alla liquidazione con un percorso sofferto. La decantata vera disciplina che sarebbe stata imposta dalla Vigilanza europea è un altro mito che sta perdendo pezzi. L’Asset Quality Review del 2014 ha preso atto di una situazione più critica di quella dichiarata, ma non ha denunciato le patologie e i cattivi comportamenti che si nascondevano dietro quei numeri. Di fatto, la diagnosi e la terapia della BCE hanno dato fiato all’extend and pretend (temporeggiare e nascondere) in una versione più sofisticata. Si è andati come se niente fosse alla trasformazione in SpA delle due banche cooperative, e alla successiva offerta pubblica per la quotazione in Borsa.

È qui che ci si è resi conto che la bella prospettiva del colonnato sullo sfondo era un trompe l’oeil come quello del Teatro Olimpico (di Vicenza, non è un caso). Quelle banche non erano “investibili”. A quel punto, fallito il protocollo di cura del consensus europeo, il dossier è tornato sui tavoli delle istituzioni italiane. È nato così il Fondo Atlante che si è fatto carico nel 2016 dei due aumenti di capitale per 2,5 miliardi complessivi, seguiti poi da un ulteriore miliardo. Ma purtroppo il modello strategico di banca di territorio autonoma, costruita sui due pilastri pericolanti di Vicenza e Montebelluna, non stava in piedi. Si è cercato di salvarlo con i capitali “precauzionali” dello Stato, ma il tempo era scaduto. Nessuno dei paletti fissati dalla BRRD e dalle regole sugli aiuti di Stato per attingere a quel supplemento di vita era superabile.

E siamo arrivati al piano di salvataggio nelle braccia di Intesa. Ora che il percorso si è concluso nel senso auspicato, da me come da molti altri osservatori, non bisogna cedere al compiacimento. Siamo arrivati alla situazione devastata delle venete con un percorso degli errori e degli orrori, dove si sono mescolate l’ideologia della BRRD e la nostalgia delle vecchie soluzioni preventive alle crisi bancarie basate sulla solidarietà delle altre banche, che non sono più praticabili da quando l’attività bancaria è un cantiere in ristrutturazione, con margini all’osso e zavorre pregresse da smaltire. Per fortuna di fronte alla minaccia di una chiusura disordinata del dossier sono scesi in campo il Governo e l’ultima realtà “di sistema” rimasta nel Paese, e siamo giunti all’epilogo incoraggiante che si è qui tratteggiato.

Ma la partita non è chiusa. C’è da recuperare l’arretrato di compiti a casa accumulato negli ultimi cinque anni. Risanare i bilanci, recuperare i crediti cattivi in modo efficace e giusto, riorganizzare con nuove tecnologie e competenze, trovare modi sostenibili per stare a fianco delle imprese, e tanto altro. Questo piano di salvataggio, che è nato sulla carta, ma che muoverà presto i suoi passi nel mondo reale, è l’occasione per cominciare a farlo, come esempio per l’intero sistema delle banche italiane.